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A settembre tornano a crescere gli attacchi informatici

In Italia i mesi estivi sono stati caratterizzati da un calo dei reati informatici, ma a settembre il cybercrime è tornato in azione. Dal terzo rapporto sulle minacce informatiche nel 2020 in Italia, elaborato dall’Osservatorio sulla Cybersecurity di Exprivia, emerge un andamento che sembra marciare parallelo a quello della pandemia di Coronavirus. Nell’ultimo trimestre infatti, tra attacchi informatici, incidenti e violazioni della privacy sono stati segnalati 148 episodi, circa la metà dei quali solo a settembre (70). La PA è il settore più colpito, con i Comuni tra gli obiettivi più vulnerabili.

PA, Finance, Industry e Sanità i settori più colpiti

Rispetto al trimestre precedente è raddoppiato il numero di episodi riguardanti la PA (34 attacchi), la metà dei quali nel solo mese di settembre a causa della ripresa delle pratiche telematiche. Tra gli obiettivi preferiti dai criminali i Comuni, spesso non in grado di affrontare le minacce informatiche in maniera adeguata, seguiti dal settore Finance (23 episodi, +44% rispetto al secondo trimestre 2020), il settore Industry (+33%), con attacchi che hanno riguardato in particolare le aziende energetiche e manifatturiere, e la Sanità, dove i fenomeni aumentano del 38%. Chiude la classifica dei settori più colpiti il Retail, che ha visto quasi triplicare gli eventi negli ultimi tre mesi.

Le tecniche di attacco sono sempre più complesse

Tra i settori in calo, l’Education, che subisce appena un quarto dei fenomeni rilevati nel trimestre precedente, per via della mancanza di attività scolastiche e universitarie durante l’estate. Dimezzati, inoltre, gli eventi registrati nella categoria Others (settori produttivi minori e altri ambiti, inclusi i sistemi di accesso alla Rete dei cittadini e le truffe nei loro confronti), oltre che gli attacchi ai profili social di personaggi pubblici. Gli esperti di Exprivia sottolineano nel periodo di analisi un calo degli attacchi informatici dell’11% rispetto al trimestre aprile-giugno (da 119 a 107), mentre gli incidenti (25) hanno subito una riduzione del 46%. Probabilmente le tecniche di attacco sono sempre più complesse e risulta più difficile identificare in maniera efficace i cyber-criminali, e quindi dare contezza degli incidenti.

Oltre il 58% riguarda il furto dei dati

Oltre il 58% degli episodi continua a provocare come danno il furto dei dati, superando di gran lunga le perdite di denaro e le violazioni della privacy, che contano comunque 16 episodi (quasi il triplo dei tre mesi precedenti), per un totale di circa 18 milioni di euro di sanzioni irrogate dal Garante per la protezione dei dati personali. Tra le tecniche più sfruttate primeggia il phishing-social engineering (62 eventi), che colpisce in maniera particolare utenti distratti o con poca conoscenza delle modalità di adescamento tramite e-mail o social network. Seguono, entrambi con 37 eventi, i malware, il cui utilizzo è triplicato nel corso dei nove mesi, e gli unknown, nuove metodologie sperimentate dagli hacker per non essere rilevati dai meccanismi di difesa tradizionali.

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Business jargon, il gergo del lavoro globalizzato è in inglese

Il mercato del lavoro è sempre più globalizzato: sono in molti a lavorare in aziende internazionali e spesso le conversazioni o le riunioni si svolgono in lingua inglese. Genevieve Sabin, responsabile dei corsi di Business English nel team di Didattica di Babbel, ha stilato un glossario con le espressioni più frequenti del gergo degli affari, il cosiddetto business jargon. Come All hands on deck, traducibile con “serve l’aiuto di tutti”. Un termine che deriva dell’ambiente nautico e si usa per richiedere la partecipazione di tutta l’azienda in un determinato progetto. O Hit the ground running, che significa invece “partito in quarta”, e si usa sia per i neo assunti o in generale per qualsiasi nuovo progetto iniziato con entusiasmo.

Helicopter view, Let’s touch base o To boil the ocean?

Helicopter view è invece un’espressione che fa riferimento a una visione di insieme, tipica dei Ceo e dei manager, mentre Elevator pitch o elevator speec viene utilizzato per descrivere una presentazione rapidissima, metaforicamente della durata di una tratta in ascensore, riferisce Ansa. Nel gergo del business si usano poi espressioni come Let’s touch base (espressione mutuata dal baseball che significa aggiornarsi con qualcuno), o To boil the ocean (“bollire l’oceano”, metaforicamente “fare l’impossibile” o “fare miracoli”), o ancora Let’s take this offline, solitamente utilizzato quando qualcuno fa un commento non rilevante durante una riunione.

Dal baseball alla musica

Ballpark figure e back of the envelope invece hanno entrambi il significato di una stima approssimativa. Il primo, anch’esso proveniente dal mondo del baseball, viene utilizzato da contabili o venditori, mentre il secondo descrive un calcolo fatto approssimativamente su un qualsiasi pezzo di carta, come il retro di una busta. To drill down vuol dire poi fare un’analisi approfondita per identificare la causa di un problema, e Let’s play it by ear, significa affrontare una situazione man mano che si sviluppa. Viene dal mondo della musica, ma in italiano potrebbe corrispondere all’espressione “navigare a vista”.

E “To move the needle” si usa per dire che qualcosa letteralmente “muove l’ago”, ovvero, che fa la differenza. Tipicamente utilizzato nel marketing, nelle vendite e anche in finanza, si usa quando un nuovo prodotto aumenta notevolmente i ricavi dell’azienda.

Le espressioni più insolite

Ci sono poi una serie di espressioni idiomatiche che possono suonare un po’ bizzarre a chi non è madrelingua, come “we have to punch a puppy” (dare un pugno al cucciolo), ovvero intraprendere azioni impopolari per il bene dell’azienda. O ancora, “putting socks on an octopus” (mettere i calzini a un polpo), tentare un’impresa impossibile, o “flogging a dead horse” (frustare un cavallo morto) che indica sforzi inutili e una perdita di tempo, oppure “to eat your own dog food” (mangiare il cibo del proprio cane), ovvero promuovere il proprio prodotto utilizzandolo anche all’interno dell’azienda. Un’espressione viene utilizzata ad esempio quando gestori del portafoglio finanziario investono i loro soldi insieme a quelli degli azionisti.

 

Spettrometria e sue applicazioni

La spettrometria ottica consente di capire quale sia la composizione chimica di una lega metallica, adoperando una scarica che viene creata all’interno dello spazio riempito da gas esattamente tra un elettrodo ed un saggio del materiale che si è deciso di analizzare. Tale scarica dà vita a delle radiazioni sulla superficie del campione in questione, e le relative lunghezze d’onda variano in base alla tipologia di materiale che lo compone. Il cosiddetto spettro di questa radiazione viene successivamente suddiviso in semplici righe che consentono di misurare l’intensità di ciascuna. Alla fine del processo, tali intensità sono minuziosamente convertite in specifici valori per ciascuno degli elementi riscontrati.

A cosa serve la spettrometria ottica

La spettrometria ottica è dunque molto importante soprattutto per classificare e analizzare i materiali. Per effettuare tale tipo di test è necessario disporre di un campione che abbia una sezione piana di almeno 0,5 cm quadrati. Gli spettrometri sono dunque degli strumenti che hanno il compito di misurare e analizzare le componenti spettrali di un materiale. Grazie allo spettroscopio ottico è dunque possibile andare a misurare lo spettro della radiazione magnetica e scoprire particolari interessanti su ciò che si sta analizzando.

A cosa si applica la spettroscopia ottica?

Oggi la spettroscopia ottica può vantare diversi campi di applicazione, e sostanzialmente vi si fa ricorso per identificare e classificare composti e materiali di ogni tipo, siano essi organici o meno. Ricorrono dunque alla spettroscopia ottica realtà del settore industriale, militare, medico e scientifico, tra gli altri.

Tale classificazione viene eseguita attraverso specifiche camere spettrali, ovvero particolari tipi di telecamere che riescono a combinare misura e analisi associando a ciascun pixel il relativo aspetto luminoso. Dunque le camere spettrali rappresentano oggi un importante elemento del processo che consente di analizzare e monitorare ciascun procedimento produttivo in maniera tale da accertarsi che la qualità del prodotto finale sia sempre molto elevata

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Made in Italy, reshoring e sostenibilità al centro dei consumi post Covid

Made in Italy, reshoring e sostenibilità saranno gli elementi differenzianti nello scenario post Covid-19. Nel new normal, in un’ottica di solidarietà collettiva, sul lato consumi si attende la preferenza per prodotti sicuri e gratificanti, con un balzo in avanti per l’e-commerce, specie nell’e-grocery, mentre sul lato business la parola d’ordine sarà collaborazione. Il rilancio dei consumi post pandemia è stato al centro del quinto digital event Italia 2021-Competenze per riavviare il futuro, organizzato da PwC Italia. Dall’evento, a cui hanno partecipato le principali Istituzioni, Associazioni di categoria e imprese del settore, sono emerse le priorità da parte delle aziende consumer e retail per riavviare i consumi e l’economia del Paese.

Azioni di sistema sulla filiera Moda

Se nel Food le aziende hanno perso 3 anni di fatturato per la moda si attende una contrazione del -18,6% rispetto al 2019 (Prometeia e Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo). L’Italia, primo produttore di moda di lusso al mondo e nel tessile, abbigliamento e accessori in Europa deve difendere il suo primato, anche con misure straordinarie. A giugno infatti è stato siglato un percorso strategico la ripresa del commercio internazionale che prevede una campagna di comunicazione internazionale a favore del Made in Italy, sviluppo dell’ecommerce attraverso accordi con le piattaforme internazionali, finanza potenziata e semplificata a vantaggio delle imprese.

Puntare su digitalizzazione e sostenibilità

Durante il lockdown l’e-commerce è esploso nel retail food. La GCIS Pulse 2020 di PwC rivela che il 31% di italiani ha scelto il canale online per il grocery e l’85% di questi continuerà a usarlo. È auspicabile perciò che vengano potenziate misure per favorire investimenti sul digitale ed e-commerce, oltre a misure per evitare situazioni di oligopoli. È opportuno inoltre agevolare gli investimenti nell’economia circolare, come precede il Decreto attuativo del MISE di luglio, che mette a disposizione 140 milioni di euro di agevolazioni per progetti di R&S a elevato contenuto di innovazione tecnologica e sostenibilità.

Miglior accesso alla liquidità, Reshoring & Industry 4.0

Secondo l’Istat oltre la metà delle imprese prevede una mancanza di liquidità fino alla fine del 2020, e se il 42,6% ha scelto di accendere un nuovo debito bancario più di 4 imprese su 10 hanno richiesto accesso alle misure di sostegno.

Sarebbe quindi opportuno favorire l’accesso alla liquidità alle aziende, snellendo le procedure di emissioni di linee di credito e rafforzando fondi di garanzia. E se in Italia il tema del reshoring è percepito come leva strategica del Made in Italy un’azienda su due sta accelerando i processi d’automazione, rendendo lo smart working una modalità permanente. Un primo passo è stato compiuto grazie ai finanziamenti previsti dal piano Industria 4.0, che sarebbe opportuno rilanciare e potenziare, insieme a ulteriori incentivi che favoriscano innovazione e investimenti in R&S.

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Due imprese su 5 contano di recuperare entro la fine dell’anno

Nonostante il clima di incertezza sono 600mila le aziende che contano di recuperare risultati operativi accettabili entro il 2020, mentre per 580mila bisognerà aspettare il 2021. Secondo un’indagine condotta da Unioncamere in accordo con Anpal tramite il sistema informativo Excelsior solo 180mila imprese (13,1%) non ha subito contraccolpi produttivi e perdite economiche significative nel corso del lockdown. A fronte di quasi l’85% delle aziende che non ha ancora assorbito le ripercussioni della crisi.  A presentarsi più preparate a superare le barriere imposte nella fase del lockdown sono state le imprese che hanno adottato piani integrati di digitalizzazione. Il 15,3% di queste dichiara di non aver subito perdite, e sembra poter guardare a un recupero meno lontano nel tempo.

Meno investimenti digitali, più lunghi i tempi di ripresa

Al contrario, l’insufficiente o parziale impegno negli investimenti digitali è un fattore che porta le imprese a valutare tempi di ripresa più lunghi, e a riportare maggiori difficoltà nella gestione finanziaria delle fasi dell’emergenza sanitaria, riporta Adnkronos. Aver potuto riprendere le attività immediatamente dopo la fase di più stretto lockdown fa sì che le imprese delle costruzioni mostrino la migliore aspettativa di recupero tra i principali macro-settori. Per quasi un sesto degli operatori il superamento delle difficoltà è atteso entro fine luglio, e per un ulteriore 9% entro la fine di ottobre. Questo, sebbene la quota di chi non hanno subito perdite nel periodo di sospensione obbligata è piuttosto contenuta (7% circa).

Situazione critica per turismo e commercio

Situazione più critica per il settore turistico, con il 63,1% delle imprese che ritiene di poter tornare a livelli di attività adeguati non prima del primo semestre del 2021. Soltanto il 6,2% degli operatori prevede il ritorno a condizioni accettabili entro ottobre. A pesare in particolare sono gli effetti della perdita del volume di affari per la chiusura delle attività, e l’inevitabile protrarsi delle limitazioni nei flussi turistici dall’estero, oltre agli effetti legati al generalizzato calo dei redditi. Situazione analoga per le imprese del commercio. Una su due teme infatti che gli effetti dell’emergenza Covid-19 possano durare per oltre un anno. A fare la differenza anche in questo caso sono soprattutto l’aumento delle difficoltà economiche per molti nuclei familiari, e le modifiche delle abitudini di spesa dei consumatori.

Migliori capacità di reazione per sanità, servizi assistenziali e di formazione privati

Migliori capacità di reazione si evidenziano, invece, per le imprese che operano nei settori della sanità e dei servizi assistenziali privati, con il 63,5% degli operatori che già nel 2020 conta di raggiungere un pieno recupero, e dell’istruzione e dei servizi formativi privati (il 17,4% delle strutture traguarda alla fine di ottobre i tempi del recupero). Nel manifatturiero sono invece i settori della meccanica, elettrico ed elettronico e chimica-farmaceutica a contare di poter contenere entro la fine del 2020 gli effetti più pesanti delle restrizioni indotte dalla pandemia.

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Durante il lockdown i film superano le serie sulla TV on demand

Se durante il lockdown e nella Fase 2 gli italiani hanno incrementato il tempo dedicato alla fruizione di piattaforme di video on demand tra i generi più apprezzati ci sono i film, che durante il confinamento hanno superato anche le serie TV. Lo sport al contrario, ha registrato una flessione, mentre è rimasto positivo il trend dell’animazione. I dati GfK Sinottica indicano infatti che durante il lockdown il tempo passato a guardare contenuti video sulle piattaforme on demand è aumentato in maniera significativa, ovvero del +73% rispetto al periodo antecedente l’inizio della pandemia.

Un’abitudine però che non sembra essere cambiata con l’allentamento delle misure restrittive. Anche nella Fase 2 il tempo dedicato alle piattaforme VoD è infatti rimasto sopra la media.

Una riscoperta delle narrazioni lunghe

Anche in un contesto di quotidianità “stravolto”, in cui il tempo a disposizione si è moltiplicato e dilatato lungo tutto l’arco della giornata, alcune abitudini sono state mantenute. Ad esempio, il picco della fruizione di contenuti durante il weekend, tipico di queste piattaforme, è rimasto invariato anche durante il lockdown. Quello che invece è cambiato, almeno in parte, è il tipo di contenuti fruiti. Durante il periodo di confinamento, infatti, c’è stata una riscoperta delle narrazioni lunghe, con una decisa crescita della fruizione dei film.

Fase 2, film e serie Tv entrambi al 61%

In particolare, i film sono passati da una visione durante la settimana media pari al 49% prima del lockdown a una del 64% tra il 9 marzo e il 3 maggio 2020. Ma anche con l’inizio della Fase 2 gli italiani sono rimasti affezionati a questo tipo di contenuti, scelti dal 61% dei fruitori on demand anche nel periodo compreso tra il 4 maggio e il 14 giugno. Durante il lockdown però è cresciuta, ma in maniera meno significativa, anche la fruizione delle serie TV, da sempre il genere più visto nel mondo on demand. In questo caso i dati Gfk Sinottica indicano che si è passati da una visione del 55% prima del confinamento a una del 62%, raggiunto nel pieno della crisi Coronavirus. Come per i film, la fruizione delle serie TV è rimasta più alta della media anche dopo la fine del lockdown, con un 61% raggiunto nella Fase 2.

Meno sport più animazione

Due generi che hanno visto cambiare in maniera significativa le abitudini di fruizione degli italiani negli ultimi mesi sono stati lo sport e l’animazione.

Nel primo caso, la cancellazione delle principali manifestazioni sportive ha portato a un netto calo della fruizione dal 17% al 7%, che nella Fase 2 non è ancora tornata ai livelli precedenti la crisi. Il mondo dell’animazione, al contrario, ha fatto registrare un picco di fruizione durante il periodo del confinamento (dall’11% al 16%), probabilmente legato alla necessità, colta dal mercato, di intrattenere i più piccoli durante le lunghe giornate passate in casa.

Monitorare gli ingressi tramite badge: quali vantaggi?

Registrare i passaggi ingresso e in uscita di tutte le persone che transitano all’interno di una sede in cui si svolge un’attività lavorativa è molto importante per garantire la sicurezza di tutti, soprattutto per quel che riguarda i dipendenti. Evitare infatti che eventuali malintenzionati possono accedere furtivamente, o comunque senza autorizzazione, all’interno dei locali nei quali viene svolta l’attività lavorativa, è di grande importanza per la sicurezza di tutti.

Inoltre, riuscire ad impedire a tutti coloro i quali non sono autorizzati, di entrare all’interno della sede aziendale è molto importante anche per fare in modo che non vengano eventualmente sottratti macchinari, dispositivi e tutte quelle attrezzature che vengono impiegate per le attività di lavoro quotidiane che possono avere anche un valore economico non indifferente.

Le ragioni per le quali vanno dunque filtrati gli accessi all’ingresso della sede aziendale sono molteplici, e riguardano sia aspetti prettamente economici che anche la sicurezza dei dipendenti nonché la tutela dei beni e delle risorse aziendali.

I badge rappresentano la soluzione perfetta

Uno dei metodi più efficaci e convenienti dal punto di vista economico per effettuare tale tipo di filtro, è adottare i classici badge che consentono l’apertura dei tornelli solo a quanti sono in possesso del badge personale, cioè i dipendenti ed il personale autorizzato in genere.

Cotini srl propone dei badge timbratura, di prossimità o magnetici in base alle preferenze, che sono perfetti per le necessità di qualsiasi azienda che desidera regolare gli accessi, le uscite e sapere in ogni momento dove si trovano i propri dipendenti all’interno della sede.

Tali badge sono assolutamente personalizzabili in quanto a colore, grafica, possibilità di inserimento logo e fotografia del dipendente.

È possibile ordinarne un quantitativo commisurato al numero di dipendenti o collaboratori che si prevede di dotare di tale dispositivo, ed è possibile usufruire della spedizione gratuita per quegli ordini il cui totale supera le 100€.

Acquistare o vendere un immobile a Monza

L’agenzia Giordano Mischi opera da oltre trent’anni nel settore immobiliare, e la sua affidabilità e serietà sono ampiamente riconosciute. L’agenzia è specializzata in soluzioni abitative di prestigio nella zona di Monza e della Brianza: parliamo dunque di immobili di lusso ma anche ville a Monza, attici ed altre soluzioni d’alto profilo. Lo staff garantisce sempre una consulenza chiara ed efficace, grazie all’immensa passione per questo lavoro ed il costante aggiornamento su ogni aspetto di questo settore. Passione e voglia di migliorarsi sono infatti dei capisaldi di questa rinomata agenzia, e rappresentano due fattori che le hanno consentito di ottenere grandi consensi e soprattutto la soddisfazione di chi ha già provato il servizio.

Se la tua necessità è quella di individuare un immobile o una villa che possa fare al caso tuo, l’agenzia Giordano Mischi si occuperà per te di effettuare specifiche valutazioni circa le potenzialità e le caratteristiche di ciascun immobile, fornendoti al tempo stesso consulenza tecnica per eventuali interventi di ristrutturazione e assistenza legale dall’inizio alla fine della tua esperienza d’acquisto. Se desideri invece  vendere un immobile, l’agenzia si occuperà di effettuare per te specifiche ricerche di mercato e studio dei migliori canali per la compravendita. Saranno adottate inoltre adeguate campagne pubblicitarie, conformi al livello di privacy richiesto dal cliente, e verranno forniti report periodici per aggiornare sull’efficacia della strategia di vendita e sulle visite effettuate da coloro che si sono mostrati interessati all’acquisto.

Il livello del servizio offerto è dunque davvero di prim’ordine, e ciò pone l’agenzia immobiliare Giordano Mischi in cima alle preferenze di quanti desiderano acquistare o vendere un immobile a Monza e in Brianza. È possibile fissare un appuntamento con un consulente contattando il recapito telefonico 0392315115, e la sede si trova in Via Italia 39 a Monza, all’interno di un elegante edificio storico.

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Pmi, smart working raddoppiato rispetto a prima dell’emergenza

Il ricorso allo smart working nelle Pmi è raddoppiato rispetto al periodo antecedente l’emergenza coronavirus, mentre lo stesso non è accaduto nelle grandi imprese. A rilevare questa tendenza è un’indagine a cura dell’associazione datoriale Cifa, del sindacato Confsal e del fondo interprofessionale Fonarcom e realizzata dal Centro studi InContra su un campione di quasi 2.000 lavoratori. Tra le altre evidenze, la ricerca mette in luce che il non ricorso al lavoro agile resta per lo più una scelta volontaria del lavoratore; solo per il 30% si deve alla mancanza di strumentazione idonea e per il 22% a una decisione aziendale. Quindi, cosa c’è che non va nello smart working? Secondo gli intervistati, anche se riconoscono a questa modalità un buon potenziale di bilanciamento vita-lavoro, per  il 70% dei rispondenti il problema è la capacità di riuscire a dividere i tempi tra vita professionale e privata. Ancora, circa il 60% dei collaboratori dichiara che, secondo il loro percepito, all’aumento delle ore lavorative non corrisponda un commisurato riconoscimento di straordinari, unitamente al “fastidio” di sentirsi sempre reperibili.

Il risparmio? Un dato di fatto

L’aspetto sul quale sono tutti d’accordo è invece il risparmio, mettendo insieme trasporti, pranzi e altre spese vive. Allo stesso modo, i lavoratori riconoscono l’aumento della propria produttività e l’incremento dell’autonomia e della responsabilità nel raggiungimento degli obiettivi. Le difficoltà, invece, sono da ricondurre ai problemi di coordinamento con il capo e con il team, di condivisione di informazioni e tempi di risposta. Nella relazione da remoto, infatti, per il 35% dei soggetti non si ha la stessa efficacia che in presenza. Infine, riporta l’analisi, le persone coinvolte nella ricerca si dicono favorevoli a essere valutate sulla capacità di raggiungere i propri obiettivi lavorativi: però molte meno (il 60%) sarebbero d’accordo nel formulare la loro retribuzione in base ai risultati raggiunti: questo a causa di una scarsa fiducia nei confronti della dirigenza.

“Adozione frettolosa dello smart working”

Il presidente di Cifa, Andrea Cafà, ha dichiarato: “Le criticità emerse dall’indagine vanno lette alla luce di un’adozione per lo più frettolosa dello smart working non preceduta da un’adeguata preparazione, da una buona formazione e da un cambiamento culturale. I risultati ci invitano, come Cifa, Confsal e Fonarcom, a consegnare a imprese e a lavoratori, in definitiva all’intero mercato del lavoro, strumenti e soluzioni efficaci per adottare al meglio, da qui in poi, questa modalità lavorativa. Le imprese, però, devono fare un grande sforzo rivedendo i propri modelli organizzativi, investendo in formazione e in strumentazione tecnologica oltre a rafforzare il clima di fiducia”.

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L’accelerazione sul digitale delle nuove abitudini di consumo

Durante l’emergenza da Covid-19 ogni esigenza di consumo è stata declinata secondo la tecnologia digitale, che da Nice2Have diventa un MustHave. Secondo l’Osservatorio Multicanalità 2020, realizzato da Nielsen in collaborazione con la business School del Politecnico di Milano, prodotti all’insegna della safety e del gusto per la cucina in casa, igienizzanti e mascherine, carrelli della spesa colmi, riscoperta della tv tradizionale, ma picchi delle piattaforme streaming, oltre a maggiore esposizione ai social sono alcuni degli elementi che hanno distinto questo periodo.

Omnicanalità, la chiave interpretativa dello scenario post-Covid

“Due fenomeni opposti, come quello dell’eCommerce e del ritorno al negozio fisico di prossimità, si trovano a convivere lanciando sfide inedite. L’omnicanalità diventa così la chiave interpretativa adeguata dello scenario di mercato post-Covid”, – osserva Stefano Cini, Marketing Analytics Director di Nielsen Connect Italia. Parallelamente siamo entrati in quella che sarà ricordata come #AgeOfQueues, il fenomeno delle “code”, non solo fisiche, ma anche virtuali sui siti delle grandi insegne. Del 47% degli shopper che ha rinunciato almeno una volta alla spesa, il 22% adduce infatti come causa gli eccessivi tempi di attesa, riporta Ansa.

La competizione si è spostata dai metri quadri al livello di servizio

Il 58% di chi ha fatto la spesa online non aveva mai provato questo servizio e l’83% di questi dichiara che continuerà a farla anche nel post-Covid. Ma quello che è cambiato è anche il carrello della spesa, tanto che nel periodo Post-Covid il #RebalancedBasket ha visto i consumatori ridurre la frequenza di spesa del 13%, aumentare lo scontrino medio del 27% e raddoppiare il numero di cose presenti nel carrello. Nei primi mesi della crisi, la competizione si è spostata dai metri quadri al livello di servizio. La crescita dei negozi di vicinato e dell’eCommerce ha di fatto dimostrato che vi è una #ServiceElasticity, ossia che la domanda dei consumatori è più elastica al servizio erogato che non ai prezzi.

Il lockdown spinge la diffusione delle offerte in streaming o Video On Demand

Sempre secondo l’Osservatorio, poi, risalta anche il tempo speso davanti agli schermi televisivi, con un incremento omogeneo in tutti i continenti. In Italia, la tv tradizionale (free to air e pay per view) si dimostra resiliente, ma il lockdown spinge la diffusione delle offerte in streaming o Video On Demand (Netflix, Prime Video, Disney+, Tim Vision, Raiplay, Mediaset Play, Infinity, Dplay, Now Tv). Una tendenza che emerge chiaramente attraverso il volume di commenti sui social network (+140% vs aprile 2019). In molti casi, inoltre, si osserva una impennata nella intensità e numero di utenti unici di categoria già in crescita costante da mesi, come ad esempio nei siti di web conferencing, assicurazioni, e home banking. Un numero rilevante di nuovi utenti digitali con i quali le aziende avranno la possibilità di aprire un canale di comunicazione.