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È meglio l’Intelligenza artificiale di un politico in carne e ossa?

II 59% degli italiani pensa che sia meglio essere governati dall’Intelligenza artificiale piuttosto che da un politico in carne e ossa, una percentuale superiore alla media europea. Si tratta di un dato emerso da una ricerca condotta a livello globale dal Center for the Governance of Change dell’IE University di Segovia, in Spagna, attraverso interviste effettuate a 2.769 persone di 11 Paesi europei ed extra UE. Secondo la ricerca, se in Europa è il 51% dei cittadini ad affermare di essere favorevole a un’opzione del genere, in Cina questa percentuale sale addirittura al 75%. La ricerca dell’ateneo spagnolo dimostra quindi il disamore dei cittadini verso la classe dirigente del proprio Paese. Ma non tutti sono ugualmente d’accordo con l’AI in parlamento.

La Spagna è a favore dell’AI in Parlamento, il Regno Unito è contrario

La ricerca conferma i risultati di uno studio condotto sempre dall’ateneo spagnolo un paio di anni fa a livello aziendale, da cui era emerso che i dipendenti avrebbero preferito un algoritmo rispetto a un manager “vero”. In ogni caso, a livello europeo la percentuale più alta di persone che oggi preferirebbe un algoritmo a un politico è in Spagna (66%), e nel nostro Paese sarebbero favorevoli poco meno del 60% dei cittadini. Al contrario, nel Regno Unito, il 69% delle persone intervistate non vede di buon occhio la sostituzione dei parlamentari con l’Intelligenza artificiale, così come il 56% degli olandesi e il 54% dei tedeschi. E a essere contrario è anche il 60% degli statunitensi.

Le opinioni variano anche a seconda dell’età

Le opinioni in merito però variano anche a seconda delle fasce di età. I più giovani sono infatti i più aperti all’ipotesi dell’Intelligenza artificiale in Parlamento, più in particolare, la pensa così oltre il 60% degli europei di 25-34 anni e il 56% degli europei di 34-44 anni, mentre gli over 55 in generale sono più spesso contrari. Inoltre, il 72% del campione favorevole a sostituire l’Ai con i politici è anche favorevole al voto elettronico, magari tramite app sul proprio smartphone. La pensa così il 64% dei britannici.

Il risultato della perdita di fiducia nelle istituzioni democratiche

Questi risultati sono il prodotto di “anni di perdita di fiducia nella democrazia come forma di governo – commenta Oscar Jonsson, direttore accademico del Center for the Governance of Change e tra i principali autori dello studio -. La percezione di tutti è che la politica stia peggiorando e ovviamente ai politici vengono attribuite le colpe, quindi penso che il rapporto catturi lo spirito del tempo”. I motivi di scetticismo, riporta Ansa, secondo i ricercatori sono legati alla crescente polarizzazione politica e alle bolle informative, ovvero, la personalizzazione dei risultati delle ricerche sui siti in base al comportamento dell’utente.

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I conti dello smart working: quanto costa lavorare da casa?

Tra le principali novità introdotte nelle nostre vite negli ultimi mesi c’è sicuramente lo smart working. Il lavoro da remoto, insieme alla didattica a distanza, è uno degli aspetti che più ha rivoluzionato le nostre abitudini. Niente scrivania al proprio posto di lavoro, quindi, perché le proprie mansioni si svolgono a casa. Per moltissimi, infatti, il salotto o la camera si sono trasformati di colpo in un ufficio. Ma – oltre a una certa comodità per molti, che permette di evitare trasferimenti e orari complicati – quanto ha inciso sulle bollette di casa questa nuova “normalità”? Ovvero, quanto ci costa in termini di elettricità, gas, Internet? A fare i conti è l’ultimo report SOStariffe.it, che ha stimato tutte le maggiorazioni di spesa dovute alle attività di studio/lavoro casalingo nel 2020 scoprendo che in media gli italiani hanno speso tra 145 (i single) e 268 euro in più (le famiglie).

Single, coppia o famiglia?

Naturalmente la situazione è diversa a seconda della composizione del nucleo familiare. Per questo l’indagine ha preso come riferimento tre profili di consumatore tipo: il single, la coppia e la famiglia. Si è calcolata la spesa media annuale di ciascuno e, tramite simulazioni, si è potuto stimare l’incremento dei consumi dovuto alle nuove attività da casa. È emerso che, nel complesso, i single hanno speso 145 euro in più, le coppie se la sono cavata aggiungendo 193 euro alle solite bollette e, infine, le famiglie hanno dovuto mettere in conto 268 euro in più. Il profilo di consumatore-tipo che ha risentito di più dei rincari dovuti allo smart working sono proprio le famiglie (quelle considerate dallo studio SOStariffe.it sono composte da due genitori e un figlio).

Approfittare delle offerte del libero mercato

Complessivamente i nuclei familiari hanno speso, in media, 2058 euro per le bollette nel corso del 2020 (di cui 1661 per la luce e il gas e 397 per la connessione da rete fissa). In questo caso l’incremento di spesa sostenuta in smart working si aggira sui 268 euro. Per risparmiare sulle utenze, consigliano gli esperti di SOStariffe, l’indicazione è di passare al libero mercato individuando le migliore offerta luce o gas, magari una promozione di tipo dual fuel. P er quanto riguarda la connessione domestica, invece, ci sono offerte con la fibra ottica Ftth, a meno di 30 euro mensili. Tra le novità a sostegno delle famiglie c’è anche il bonus smart working, un’agevolazione in arrivo che potrebbe essere erogata sotto forma di contributo una tantum.

 

 

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A settembre tornano a crescere gli attacchi informatici

In Italia i mesi estivi sono stati caratterizzati da un calo dei reati informatici, ma a settembre il cybercrime è tornato in azione. Dal terzo rapporto sulle minacce informatiche nel 2020 in Italia, elaborato dall’Osservatorio sulla Cybersecurity di Exprivia, emerge un andamento che sembra marciare parallelo a quello della pandemia di Coronavirus. Nell’ultimo trimestre infatti, tra attacchi informatici, incidenti e violazioni della privacy sono stati segnalati 148 episodi, circa la metà dei quali solo a settembre (70). La PA è il settore più colpito, con i Comuni tra gli obiettivi più vulnerabili.

PA, Finance, Industry e Sanità i settori più colpiti

Rispetto al trimestre precedente è raddoppiato il numero di episodi riguardanti la PA (34 attacchi), la metà dei quali nel solo mese di settembre a causa della ripresa delle pratiche telematiche. Tra gli obiettivi preferiti dai criminali i Comuni, spesso non in grado di affrontare le minacce informatiche in maniera adeguata, seguiti dal settore Finance (23 episodi, +44% rispetto al secondo trimestre 2020), il settore Industry (+33%), con attacchi che hanno riguardato in particolare le aziende energetiche e manifatturiere, e la Sanità, dove i fenomeni aumentano del 38%. Chiude la classifica dei settori più colpiti il Retail, che ha visto quasi triplicare gli eventi negli ultimi tre mesi.

Le tecniche di attacco sono sempre più complesse

Tra i settori in calo, l’Education, che subisce appena un quarto dei fenomeni rilevati nel trimestre precedente, per via della mancanza di attività scolastiche e universitarie durante l’estate. Dimezzati, inoltre, gli eventi registrati nella categoria Others (settori produttivi minori e altri ambiti, inclusi i sistemi di accesso alla Rete dei cittadini e le truffe nei loro confronti), oltre che gli attacchi ai profili social di personaggi pubblici. Gli esperti di Exprivia sottolineano nel periodo di analisi un calo degli attacchi informatici dell’11% rispetto al trimestre aprile-giugno (da 119 a 107), mentre gli incidenti (25) hanno subito una riduzione del 46%. Probabilmente le tecniche di attacco sono sempre più complesse e risulta più difficile identificare in maniera efficace i cyber-criminali, e quindi dare contezza degli incidenti.

Oltre il 58% riguarda il furto dei dati

Oltre il 58% degli episodi continua a provocare come danno il furto dei dati, superando di gran lunga le perdite di denaro e le violazioni della privacy, che contano comunque 16 episodi (quasi il triplo dei tre mesi precedenti), per un totale di circa 18 milioni di euro di sanzioni irrogate dal Garante per la protezione dei dati personali. Tra le tecniche più sfruttate primeggia il phishing-social engineering (62 eventi), che colpisce in maniera particolare utenti distratti o con poca conoscenza delle modalità di adescamento tramite e-mail o social network. Seguono, entrambi con 37 eventi, i malware, il cui utilizzo è triplicato nel corso dei nove mesi, e gli unknown, nuove metodologie sperimentate dagli hacker per non essere rilevati dai meccanismi di difesa tradizionali.

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Made in Italy, reshoring e sostenibilità al centro dei consumi post Covid

Made in Italy, reshoring e sostenibilità saranno gli elementi differenzianti nello scenario post Covid-19. Nel new normal, in un’ottica di solidarietà collettiva, sul lato consumi si attende la preferenza per prodotti sicuri e gratificanti, con un balzo in avanti per l’e-commerce, specie nell’e-grocery, mentre sul lato business la parola d’ordine sarà collaborazione. Il rilancio dei consumi post pandemia è stato al centro del quinto digital event Italia 2021-Competenze per riavviare il futuro, organizzato da PwC Italia. Dall’evento, a cui hanno partecipato le principali Istituzioni, Associazioni di categoria e imprese del settore, sono emerse le priorità da parte delle aziende consumer e retail per riavviare i consumi e l’economia del Paese.

Azioni di sistema sulla filiera Moda

Se nel Food le aziende hanno perso 3 anni di fatturato per la moda si attende una contrazione del -18,6% rispetto al 2019 (Prometeia e Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo). L’Italia, primo produttore di moda di lusso al mondo e nel tessile, abbigliamento e accessori in Europa deve difendere il suo primato, anche con misure straordinarie. A giugno infatti è stato siglato un percorso strategico la ripresa del commercio internazionale che prevede una campagna di comunicazione internazionale a favore del Made in Italy, sviluppo dell’ecommerce attraverso accordi con le piattaforme internazionali, finanza potenziata e semplificata a vantaggio delle imprese.

Puntare su digitalizzazione e sostenibilità

Durante il lockdown l’e-commerce è esploso nel retail food. La GCIS Pulse 2020 di PwC rivela che il 31% di italiani ha scelto il canale online per il grocery e l’85% di questi continuerà a usarlo. È auspicabile perciò che vengano potenziate misure per favorire investimenti sul digitale ed e-commerce, oltre a misure per evitare situazioni di oligopoli. È opportuno inoltre agevolare gli investimenti nell’economia circolare, come precede il Decreto attuativo del MISE di luglio, che mette a disposizione 140 milioni di euro di agevolazioni per progetti di R&S a elevato contenuto di innovazione tecnologica e sostenibilità.

Miglior accesso alla liquidità, Reshoring & Industry 4.0

Secondo l’Istat oltre la metà delle imprese prevede una mancanza di liquidità fino alla fine del 2020, e se il 42,6% ha scelto di accendere un nuovo debito bancario più di 4 imprese su 10 hanno richiesto accesso alle misure di sostegno.

Sarebbe quindi opportuno favorire l’accesso alla liquidità alle aziende, snellendo le procedure di emissioni di linee di credito e rafforzando fondi di garanzia. E se in Italia il tema del reshoring è percepito come leva strategica del Made in Italy un’azienda su due sta accelerando i processi d’automazione, rendendo lo smart working una modalità permanente. Un primo passo è stato compiuto grazie ai finanziamenti previsti dal piano Industria 4.0, che sarebbe opportuno rilanciare e potenziare, insieme a ulteriori incentivi che favoriscano innovazione e investimenti in R&S.

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Durante il lockdown i film superano le serie sulla TV on demand

Se durante il lockdown e nella Fase 2 gli italiani hanno incrementato il tempo dedicato alla fruizione di piattaforme di video on demand tra i generi più apprezzati ci sono i film, che durante il confinamento hanno superato anche le serie TV. Lo sport al contrario, ha registrato una flessione, mentre è rimasto positivo il trend dell’animazione. I dati GfK Sinottica indicano infatti che durante il lockdown il tempo passato a guardare contenuti video sulle piattaforme on demand è aumentato in maniera significativa, ovvero del +73% rispetto al periodo antecedente l’inizio della pandemia.

Un’abitudine però che non sembra essere cambiata con l’allentamento delle misure restrittive. Anche nella Fase 2 il tempo dedicato alle piattaforme VoD è infatti rimasto sopra la media.

Una riscoperta delle narrazioni lunghe

Anche in un contesto di quotidianità “stravolto”, in cui il tempo a disposizione si è moltiplicato e dilatato lungo tutto l’arco della giornata, alcune abitudini sono state mantenute. Ad esempio, il picco della fruizione di contenuti durante il weekend, tipico di queste piattaforme, è rimasto invariato anche durante il lockdown. Quello che invece è cambiato, almeno in parte, è il tipo di contenuti fruiti. Durante il periodo di confinamento, infatti, c’è stata una riscoperta delle narrazioni lunghe, con una decisa crescita della fruizione dei film.

Fase 2, film e serie Tv entrambi al 61%

In particolare, i film sono passati da una visione durante la settimana media pari al 49% prima del lockdown a una del 64% tra il 9 marzo e il 3 maggio 2020. Ma anche con l’inizio della Fase 2 gli italiani sono rimasti affezionati a questo tipo di contenuti, scelti dal 61% dei fruitori on demand anche nel periodo compreso tra il 4 maggio e il 14 giugno. Durante il lockdown però è cresciuta, ma in maniera meno significativa, anche la fruizione delle serie TV, da sempre il genere più visto nel mondo on demand. In questo caso i dati Gfk Sinottica indicano che si è passati da una visione del 55% prima del confinamento a una del 62%, raggiunto nel pieno della crisi Coronavirus. Come per i film, la fruizione delle serie TV è rimasta più alta della media anche dopo la fine del lockdown, con un 61% raggiunto nella Fase 2.

Meno sport più animazione

Due generi che hanno visto cambiare in maniera significativa le abitudini di fruizione degli italiani negli ultimi mesi sono stati lo sport e l’animazione.

Nel primo caso, la cancellazione delle principali manifestazioni sportive ha portato a un netto calo della fruizione dal 17% al 7%, che nella Fase 2 non è ancora tornata ai livelli precedenti la crisi. Il mondo dell’animazione, al contrario, ha fatto registrare un picco di fruizione durante il periodo del confinamento (dall’11% al 16%), probabilmente legato alla necessità, colta dal mercato, di intrattenere i più piccoli durante le lunghe giornate passate in casa.

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Pmi, smart working raddoppiato rispetto a prima dell’emergenza

Il ricorso allo smart working nelle Pmi è raddoppiato rispetto al periodo antecedente l’emergenza coronavirus, mentre lo stesso non è accaduto nelle grandi imprese. A rilevare questa tendenza è un’indagine a cura dell’associazione datoriale Cifa, del sindacato Confsal e del fondo interprofessionale Fonarcom e realizzata dal Centro studi InContra su un campione di quasi 2.000 lavoratori. Tra le altre evidenze, la ricerca mette in luce che il non ricorso al lavoro agile resta per lo più una scelta volontaria del lavoratore; solo per il 30% si deve alla mancanza di strumentazione idonea e per il 22% a una decisione aziendale. Quindi, cosa c’è che non va nello smart working? Secondo gli intervistati, anche se riconoscono a questa modalità un buon potenziale di bilanciamento vita-lavoro, per  il 70% dei rispondenti il problema è la capacità di riuscire a dividere i tempi tra vita professionale e privata. Ancora, circa il 60% dei collaboratori dichiara che, secondo il loro percepito, all’aumento delle ore lavorative non corrisponda un commisurato riconoscimento di straordinari, unitamente al “fastidio” di sentirsi sempre reperibili.

Il risparmio? Un dato di fatto

L’aspetto sul quale sono tutti d’accordo è invece il risparmio, mettendo insieme trasporti, pranzi e altre spese vive. Allo stesso modo, i lavoratori riconoscono l’aumento della propria produttività e l’incremento dell’autonomia e della responsabilità nel raggiungimento degli obiettivi. Le difficoltà, invece, sono da ricondurre ai problemi di coordinamento con il capo e con il team, di condivisione di informazioni e tempi di risposta. Nella relazione da remoto, infatti, per il 35% dei soggetti non si ha la stessa efficacia che in presenza. Infine, riporta l’analisi, le persone coinvolte nella ricerca si dicono favorevoli a essere valutate sulla capacità di raggiungere i propri obiettivi lavorativi: però molte meno (il 60%) sarebbero d’accordo nel formulare la loro retribuzione in base ai risultati raggiunti: questo a causa di una scarsa fiducia nei confronti della dirigenza.

“Adozione frettolosa dello smart working”

Il presidente di Cifa, Andrea Cafà, ha dichiarato: “Le criticità emerse dall’indagine vanno lette alla luce di un’adozione per lo più frettolosa dello smart working non preceduta da un’adeguata preparazione, da una buona formazione e da un cambiamento culturale. I risultati ci invitano, come Cifa, Confsal e Fonarcom, a consegnare a imprese e a lavoratori, in definitiva all’intero mercato del lavoro, strumenti e soluzioni efficaci per adottare al meglio, da qui in poi, questa modalità lavorativa. Le imprese, però, devono fare un grande sforzo rivedendo i propri modelli organizzativi, investendo in formazione e in strumentazione tecnologica oltre a rafforzare il clima di fiducia”.

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L’accelerazione sul digitale delle nuove abitudini di consumo

Durante l’emergenza da Covid-19 ogni esigenza di consumo è stata declinata secondo la tecnologia digitale, che da Nice2Have diventa un MustHave. Secondo l’Osservatorio Multicanalità 2020, realizzato da Nielsen in collaborazione con la business School del Politecnico di Milano, prodotti all’insegna della safety e del gusto per la cucina in casa, igienizzanti e mascherine, carrelli della spesa colmi, riscoperta della tv tradizionale, ma picchi delle piattaforme streaming, oltre a maggiore esposizione ai social sono alcuni degli elementi che hanno distinto questo periodo.

Omnicanalità, la chiave interpretativa dello scenario post-Covid

“Due fenomeni opposti, come quello dell’eCommerce e del ritorno al negozio fisico di prossimità, si trovano a convivere lanciando sfide inedite. L’omnicanalità diventa così la chiave interpretativa adeguata dello scenario di mercato post-Covid”, – osserva Stefano Cini, Marketing Analytics Director di Nielsen Connect Italia. Parallelamente siamo entrati in quella che sarà ricordata come #AgeOfQueues, il fenomeno delle “code”, non solo fisiche, ma anche virtuali sui siti delle grandi insegne. Del 47% degli shopper che ha rinunciato almeno una volta alla spesa, il 22% adduce infatti come causa gli eccessivi tempi di attesa, riporta Ansa.

La competizione si è spostata dai metri quadri al livello di servizio

Il 58% di chi ha fatto la spesa online non aveva mai provato questo servizio e l’83% di questi dichiara che continuerà a farla anche nel post-Covid. Ma quello che è cambiato è anche il carrello della spesa, tanto che nel periodo Post-Covid il #RebalancedBasket ha visto i consumatori ridurre la frequenza di spesa del 13%, aumentare lo scontrino medio del 27% e raddoppiare il numero di cose presenti nel carrello. Nei primi mesi della crisi, la competizione si è spostata dai metri quadri al livello di servizio. La crescita dei negozi di vicinato e dell’eCommerce ha di fatto dimostrato che vi è una #ServiceElasticity, ossia che la domanda dei consumatori è più elastica al servizio erogato che non ai prezzi.

Il lockdown spinge la diffusione delle offerte in streaming o Video On Demand

Sempre secondo l’Osservatorio, poi, risalta anche il tempo speso davanti agli schermi televisivi, con un incremento omogeneo in tutti i continenti. In Italia, la tv tradizionale (free to air e pay per view) si dimostra resiliente, ma il lockdown spinge la diffusione delle offerte in streaming o Video On Demand (Netflix, Prime Video, Disney+, Tim Vision, Raiplay, Mediaset Play, Infinity, Dplay, Now Tv). Una tendenza che emerge chiaramente attraverso il volume di commenti sui social network (+140% vs aprile 2019). In molti casi, inoltre, si osserva una impennata nella intensità e numero di utenti unici di categoria già in crescita costante da mesi, come ad esempio nei siti di web conferencing, assicurazioni, e home banking. Un numero rilevante di nuovi utenti digitali con i quali le aziende avranno la possibilità di aprire un canale di comunicazione.

 

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Ambientalisti, promuovere la mobilità sostenibile dopo l’emergenza

Quando finirà il periodo di quarantena la bici sarà un mezzo sicuro per girare in città senza pericolo di infettarsi. Soprattutto durante la fase 2, in cui salire sui mezzi pubblici sarà un’impresa, con gli accessi scaglionati per mantenere le distanze. Le associazioni ambientaliste puntano sulla bici per ripensare la mobilità urbana dopo il lockdown, e col virus ancora in giro. Ma non solo, propongono anche di spingere sul car sharing, e di non abbandonare lo smart working utilizzato in questi giorni. L’obiettivo per chi ha cuore l’ambiente è approfittare di questa emergenza per rendere più sostenibile il traffico urbano. Il rischio è che, con l’accesso limitato ai mezzi pubblici, le persone siano costrette a usare, aumentando traffico e inquinamento atmosferico.

Alla ripresa mezzi pubblici sicuri e piste ciclabili provvisorie

L’inquinamento atmosferico causato dal traffico, come ipotizzano diversi studi, potrebbe rendere più letale il coronavirus, indebolendo i polmoni. A questo proposito Legambiente ha presentato un piano in cinque punti ai sindaci italiani per riorganizzare la mobilità dal 4 maggio. In primo luogo, è fondamentale rendere sicuri i mezzi pubblici, con tornelli e controlli per evitare gli affollamenti, sanificazione, mascherine obbligatorie e orari ripensati.

Poi, realizzare piste ciclabili provvisorie su tutte le arterie principali, restringendo le carreggiate delle auto con strisce o barriere.

Le proposte di Legambiente

“È la soluzione che stanno praticando già diverse città del mondo – scrive Legambiente – da Montpellier, con una striscia di vernice e cordoli di protezione con conetti provvisori, a Berlino allargando le piste ciclabili con nuove strisce laterali. Stesse misure decise a Bogotà, a Vancouver, New York, Boston e Parigi. In Nuova Zelanda – continua Legambiente – il Governo ha deciso di finanziare queste misure da parte dei Comuni. Questi interventi sono a costo quasi zero”.

L’associazione propone il rafforzamento della sharing mobility, con auto soprattutto elettriche, bici, e-bike, scooter elettrici e monopattini, incentivi alla rottamazione dell’auto e alla mobilità sostenibile, sgravi fiscali per lo smart working, che riduce il traffico dei pendolari.

Seguire l’esempio di New York e Bogotà

Anche in Italia qualcosa si sta muovendo. A Roma, ad esempio, le associazioni ciclistiche Fiab e Salvaiciclisti hanno proposto alla sindaca Virginia Raggi un piano dettagliato di piste ciclabili sulle vie principali, restringendo le carreggiate alle auto.  Esattamente quanto ha fatto nei giorni scorsi Bogotà, la capitale della Colombia, che ha realizzato 76 chilometri di piste ciclabili in più, per permettere ai cittadini di non accalcarsi sui mezzi pubblici. Intanto, a New York gli spostamenti in bici da marzo sono raddoppiati, dopo l’invito del sindaco Bill De Blasio ad andare a piedi o pedalare, per evitare di contagiarsi su treni e metro.

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Emergenza Covid-19, boom per le consegne a domicilio

La quarantena imposta dall’emergenza Coronavirus fa volare le consegne a domicilio. Gli acquisti spingono le vendite “sotto casa”, con un aumento per la media distribuzione e i negozi di alimentari di circa il 50%, e picchi di crescita fino al 100-120% per gli alimentari dei piccoli comuni più isolati. Insomma, l’Italia riscopre i camioncini con le sporte della spesa pronti a fermarsi ai portoni per consegnare provviste alimentari ordinate online o via whatsapp, sempre più utilizzati per rimanere in contatto con i fornitori. E poiché i mercati sono chiusi per il contenimento del contagio, cooperative sociali e aziende agricole propongono consegne porta a porta per chi non vuole rinunciare alla spesa ordinata direttamente “dal contadino”.

Un modo per sostenere contadini e allevatori

Le reti già esistenti, come Kalulu, l’Alveare, così come altri gruppi con siti online che mettono in contatto diretto produttori e consumatori, sono pronti a consegnare la spesa a domicilio. Sono modi per sostenere le economie virtuose che animano e custodiscono i nostri territori perché contadini e allevatori non si fermano. Inoltre, se dalla crisi la Grande Distribuzione ne uscirà rafforzata le realtà più piccole ne usciranno penalizzate. E attivarsi per non interrompere il rapporto con loro è un’opzione da valutare con responsabilità.

Non ci sono problemi di approvvigionamento delle merci

Quanto al timore di trovare negozi e supermercati vuoti, non c’è da preoccuparsi. “Il ritmo delle vendite continua a essere altissimo, ma non ci sono problemi di approvvigionamento delle merci – afferma la presidente di Fida Confcommercio, Donatella Prampolini -. Se c’è qualche ritardo è fisiologico, perché magari può capitare che ci sia personale ridotto nei magazzini per turni o malattie, e quindi di conseguenza questo provoca ritardo negli arrivi delle merci sugli scaffali”.

Rassicurazioni sugli approvvigionamenti arrivano anche dalla Grande Distribuzione, dove dopo il boom delle scorse settimane, le vendite si vanno normalizzando. Nell’ultimo weekend hanno registrato una piccola flessione, probabilmente per riassorbire tutte le scorte fatte in precedenza, riporta Ansa.

Gli addetti del commercio chiedono protezione

“Ora il trend è verso la normalizzazione – commenta Claudio Gradara, presidente di Federdistribuzione – fatto salvo il fatto che sono venuti meno i consumi fuori casa e che quindi quelli domestici aumenteranno un po’, ma senza nessun eccessivo stress da domanda”.

I timori per la sicurezza degli addetti continuano però ad accomunare il mondo del commercio. Dai negozi, grandi e piccoli, ai supermercati fino alle maxi piattaforme dell’online gli addetti chiedono protezione. E se negli stabilimenti italiani di Amazon si registra un vero e proprio stato di agitazione, aumentano i punti vendita che decidono per la chiusura domenicale per consentire una pausa ai propri dipendenti

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YouTube limita raccolta dati e pubblicità per tutelare i bambini

YouTube vuole impegnarsi per tutelare i bambini. E lo fa imponendo una nuova regola per limitare la raccolta dei dati personali e i contenuti pubblicitari destinati ai più piccoli. Nel tentativo di rispettare quanto stabilito dalle autorità americane, che qualche mese fa hanno accusato la piattaforma per la condivisone di video online di violazioni della privacy, YouTube alza nuove barriere per proteggere i più piccoli. “YouTube da oggi tratta i dati personali di chiunque guarda contenuti per bambini sulla sua piattaforma come se si trattasse di un minore, e questo a prescindere dall’età dell’utente”, si legge in un post sul blog della società, nel quale viene spiegato che YouTube si impegna a distinguere in modo chiaro e preciso quali siano i contenuti destinati ai bambini, affidandosi sia a chi li crea sia a software ad hoc.

Da gennaio i contenuti destinati ai più piccoli sono più controllati

Ai creatori di contenuti YouTube ha quindi iniziato a richiedere a chi crea i video di comunicare esplicitamente se i video stessi sono destinati ai bambini o meno. E a partire dal mese di gennaio quelli destinati ai bambini non hanno alcun commento, non presenteranno pop up che suggeriscono altri contenuti da vedere, e non sono accompagnati da pubblicità mirata. Lo riporta il Wall Street Journal, sottolineando che la scelta di Google, a cui fa capo YouTube, mostra le difficoltà nel trovare un equilibrio fra la privacy e un modello di business basato sulla pubblicità.

Le modifiche avranno un impatto sui ricavi?

Le modifiche erano attese da mesi, e non è ancora chiaro quale sarà il loro impatto sui ricavi di YouTube. Pur rappresentando un passo in avanti, i cambiamenti però non soddisfano tutti. Alcuni esperti della privacy li ritengono infatti insufficienti da parte di una società come YouTube, incentivata a spingere gli utenti a trascorrere il maggiore tempo possibile sulla propria piattaforma, riporta Ansa.

Una multa per aver violato le norme che regolano la raccolta di dati sui minori

Le nuove regole arrivano in risposta alla richiesta delle autorità americane. La Federal Trade Commission a settembre 2019 ha infatti multato YouTube per aver violato le norme che regolano la raccolta di dati sui minori. Ma qualcuno mostra qualche perplessità. “Ci sono ancora delle zone grigie che riguardano contenuti non rivolti esplicitamente ai bambini, ma che sono visti soprattutto dai bambini”, afferma Josh Golin, direttore esecutivo della Campaign for Commercail-Free Childhood, uno dei gruppi che ha denunciato YouTube alla Federal Trade Commission.