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Made in Italy, reshoring e sostenibilità al centro dei consumi post Covid

Made in Italy, reshoring e sostenibilità saranno gli elementi differenzianti nello scenario post Covid-19. Nel new normal, in un’ottica di solidarietà collettiva, sul lato consumi si attende la preferenza per prodotti sicuri e gratificanti, con un balzo in avanti per l’e-commerce, specie nell’e-grocery, mentre sul lato business la parola d’ordine sarà collaborazione. Il rilancio dei consumi post pandemia è stato al centro del quinto digital event Italia 2021-Competenze per riavviare il futuro, organizzato da PwC Italia. Dall’evento, a cui hanno partecipato le principali Istituzioni, Associazioni di categoria e imprese del settore, sono emerse le priorità da parte delle aziende consumer e retail per riavviare i consumi e l’economia del Paese.

Azioni di sistema sulla filiera Moda

Se nel Food le aziende hanno perso 3 anni di fatturato per la moda si attende una contrazione del -18,6% rispetto al 2019 (Prometeia e Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo). L’Italia, primo produttore di moda di lusso al mondo e nel tessile, abbigliamento e accessori in Europa deve difendere il suo primato, anche con misure straordinarie. A giugno infatti è stato siglato un percorso strategico la ripresa del commercio internazionale che prevede una campagna di comunicazione internazionale a favore del Made in Italy, sviluppo dell’ecommerce attraverso accordi con le piattaforme internazionali, finanza potenziata e semplificata a vantaggio delle imprese.

Puntare su digitalizzazione e sostenibilità

Durante il lockdown l’e-commerce è esploso nel retail food. La GCIS Pulse 2020 di PwC rivela che il 31% di italiani ha scelto il canale online per il grocery e l’85% di questi continuerà a usarlo. È auspicabile perciò che vengano potenziate misure per favorire investimenti sul digitale ed e-commerce, oltre a misure per evitare situazioni di oligopoli. È opportuno inoltre agevolare gli investimenti nell’economia circolare, come precede il Decreto attuativo del MISE di luglio, che mette a disposizione 140 milioni di euro di agevolazioni per progetti di R&S a elevato contenuto di innovazione tecnologica e sostenibilità.

Miglior accesso alla liquidità, Reshoring & Industry 4.0

Secondo l’Istat oltre la metà delle imprese prevede una mancanza di liquidità fino alla fine del 2020, e se il 42,6% ha scelto di accendere un nuovo debito bancario più di 4 imprese su 10 hanno richiesto accesso alle misure di sostegno.

Sarebbe quindi opportuno favorire l’accesso alla liquidità alle aziende, snellendo le procedure di emissioni di linee di credito e rafforzando fondi di garanzia. E se in Italia il tema del reshoring è percepito come leva strategica del Made in Italy un’azienda su due sta accelerando i processi d’automazione, rendendo lo smart working una modalità permanente. Un primo passo è stato compiuto grazie ai finanziamenti previsti dal piano Industria 4.0, che sarebbe opportuno rilanciare e potenziare, insieme a ulteriori incentivi che favoriscano innovazione e investimenti in R&S.

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Durante il lockdown i film superano le serie sulla TV on demand

Se durante il lockdown e nella Fase 2 gli italiani hanno incrementato il tempo dedicato alla fruizione di piattaforme di video on demand tra i generi più apprezzati ci sono i film, che durante il confinamento hanno superato anche le serie TV. Lo sport al contrario, ha registrato una flessione, mentre è rimasto positivo il trend dell’animazione. I dati GfK Sinottica indicano infatti che durante il lockdown il tempo passato a guardare contenuti video sulle piattaforme on demand è aumentato in maniera significativa, ovvero del +73% rispetto al periodo antecedente l’inizio della pandemia.

Un’abitudine però che non sembra essere cambiata con l’allentamento delle misure restrittive. Anche nella Fase 2 il tempo dedicato alle piattaforme VoD è infatti rimasto sopra la media.

Una riscoperta delle narrazioni lunghe

Anche in un contesto di quotidianità “stravolto”, in cui il tempo a disposizione si è moltiplicato e dilatato lungo tutto l’arco della giornata, alcune abitudini sono state mantenute. Ad esempio, il picco della fruizione di contenuti durante il weekend, tipico di queste piattaforme, è rimasto invariato anche durante il lockdown. Quello che invece è cambiato, almeno in parte, è il tipo di contenuti fruiti. Durante il periodo di confinamento, infatti, c’è stata una riscoperta delle narrazioni lunghe, con una decisa crescita della fruizione dei film.

Fase 2, film e serie Tv entrambi al 61%

In particolare, i film sono passati da una visione durante la settimana media pari al 49% prima del lockdown a una del 64% tra il 9 marzo e il 3 maggio 2020. Ma anche con l’inizio della Fase 2 gli italiani sono rimasti affezionati a questo tipo di contenuti, scelti dal 61% dei fruitori on demand anche nel periodo compreso tra il 4 maggio e il 14 giugno. Durante il lockdown però è cresciuta, ma in maniera meno significativa, anche la fruizione delle serie TV, da sempre il genere più visto nel mondo on demand. In questo caso i dati Gfk Sinottica indicano che si è passati da una visione del 55% prima del confinamento a una del 62%, raggiunto nel pieno della crisi Coronavirus. Come per i film, la fruizione delle serie TV è rimasta più alta della media anche dopo la fine del lockdown, con un 61% raggiunto nella Fase 2.

Meno sport più animazione

Due generi che hanno visto cambiare in maniera significativa le abitudini di fruizione degli italiani negli ultimi mesi sono stati lo sport e l’animazione.

Nel primo caso, la cancellazione delle principali manifestazioni sportive ha portato a un netto calo della fruizione dal 17% al 7%, che nella Fase 2 non è ancora tornata ai livelli precedenti la crisi. Il mondo dell’animazione, al contrario, ha fatto registrare un picco di fruizione durante il periodo del confinamento (dall’11% al 16%), probabilmente legato alla necessità, colta dal mercato, di intrattenere i più piccoli durante le lunghe giornate passate in casa.

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Pmi, smart working raddoppiato rispetto a prima dell’emergenza

Il ricorso allo smart working nelle Pmi è raddoppiato rispetto al periodo antecedente l’emergenza coronavirus, mentre lo stesso non è accaduto nelle grandi imprese. A rilevare questa tendenza è un’indagine a cura dell’associazione datoriale Cifa, del sindacato Confsal e del fondo interprofessionale Fonarcom e realizzata dal Centro studi InContra su un campione di quasi 2.000 lavoratori. Tra le altre evidenze, la ricerca mette in luce che il non ricorso al lavoro agile resta per lo più una scelta volontaria del lavoratore; solo per il 30% si deve alla mancanza di strumentazione idonea e per il 22% a una decisione aziendale. Quindi, cosa c’è che non va nello smart working? Secondo gli intervistati, anche se riconoscono a questa modalità un buon potenziale di bilanciamento vita-lavoro, per  il 70% dei rispondenti il problema è la capacità di riuscire a dividere i tempi tra vita professionale e privata. Ancora, circa il 60% dei collaboratori dichiara che, secondo il loro percepito, all’aumento delle ore lavorative non corrisponda un commisurato riconoscimento di straordinari, unitamente al “fastidio” di sentirsi sempre reperibili.

Il risparmio? Un dato di fatto

L’aspetto sul quale sono tutti d’accordo è invece il risparmio, mettendo insieme trasporti, pranzi e altre spese vive. Allo stesso modo, i lavoratori riconoscono l’aumento della propria produttività e l’incremento dell’autonomia e della responsabilità nel raggiungimento degli obiettivi. Le difficoltà, invece, sono da ricondurre ai problemi di coordinamento con il capo e con il team, di condivisione di informazioni e tempi di risposta. Nella relazione da remoto, infatti, per il 35% dei soggetti non si ha la stessa efficacia che in presenza. Infine, riporta l’analisi, le persone coinvolte nella ricerca si dicono favorevoli a essere valutate sulla capacità di raggiungere i propri obiettivi lavorativi: però molte meno (il 60%) sarebbero d’accordo nel formulare la loro retribuzione in base ai risultati raggiunti: questo a causa di una scarsa fiducia nei confronti della dirigenza.

“Adozione frettolosa dello smart working”

Il presidente di Cifa, Andrea Cafà, ha dichiarato: “Le criticità emerse dall’indagine vanno lette alla luce di un’adozione per lo più frettolosa dello smart working non preceduta da un’adeguata preparazione, da una buona formazione e da un cambiamento culturale. I risultati ci invitano, come Cifa, Confsal e Fonarcom, a consegnare a imprese e a lavoratori, in definitiva all’intero mercato del lavoro, strumenti e soluzioni efficaci per adottare al meglio, da qui in poi, questa modalità lavorativa. Le imprese, però, devono fare un grande sforzo rivedendo i propri modelli organizzativi, investendo in formazione e in strumentazione tecnologica oltre a rafforzare il clima di fiducia”.

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L’accelerazione sul digitale delle nuove abitudini di consumo

Durante l’emergenza da Covid-19 ogni esigenza di consumo è stata declinata secondo la tecnologia digitale, che da Nice2Have diventa un MustHave. Secondo l’Osservatorio Multicanalità 2020, realizzato da Nielsen in collaborazione con la business School del Politecnico di Milano, prodotti all’insegna della safety e del gusto per la cucina in casa, igienizzanti e mascherine, carrelli della spesa colmi, riscoperta della tv tradizionale, ma picchi delle piattaforme streaming, oltre a maggiore esposizione ai social sono alcuni degli elementi che hanno distinto questo periodo.

Omnicanalità, la chiave interpretativa dello scenario post-Covid

“Due fenomeni opposti, come quello dell’eCommerce e del ritorno al negozio fisico di prossimità, si trovano a convivere lanciando sfide inedite. L’omnicanalità diventa così la chiave interpretativa adeguata dello scenario di mercato post-Covid”, – osserva Stefano Cini, Marketing Analytics Director di Nielsen Connect Italia. Parallelamente siamo entrati in quella che sarà ricordata come #AgeOfQueues, il fenomeno delle “code”, non solo fisiche, ma anche virtuali sui siti delle grandi insegne. Del 47% degli shopper che ha rinunciato almeno una volta alla spesa, il 22% adduce infatti come causa gli eccessivi tempi di attesa, riporta Ansa.

La competizione si è spostata dai metri quadri al livello di servizio

Il 58% di chi ha fatto la spesa online non aveva mai provato questo servizio e l’83% di questi dichiara che continuerà a farla anche nel post-Covid. Ma quello che è cambiato è anche il carrello della spesa, tanto che nel periodo Post-Covid il #RebalancedBasket ha visto i consumatori ridurre la frequenza di spesa del 13%, aumentare lo scontrino medio del 27% e raddoppiare il numero di cose presenti nel carrello. Nei primi mesi della crisi, la competizione si è spostata dai metri quadri al livello di servizio. La crescita dei negozi di vicinato e dell’eCommerce ha di fatto dimostrato che vi è una #ServiceElasticity, ossia che la domanda dei consumatori è più elastica al servizio erogato che non ai prezzi.

Il lockdown spinge la diffusione delle offerte in streaming o Video On Demand

Sempre secondo l’Osservatorio, poi, risalta anche il tempo speso davanti agli schermi televisivi, con un incremento omogeneo in tutti i continenti. In Italia, la tv tradizionale (free to air e pay per view) si dimostra resiliente, ma il lockdown spinge la diffusione delle offerte in streaming o Video On Demand (Netflix, Prime Video, Disney+, Tim Vision, Raiplay, Mediaset Play, Infinity, Dplay, Now Tv). Una tendenza che emerge chiaramente attraverso il volume di commenti sui social network (+140% vs aprile 2019). In molti casi, inoltre, si osserva una impennata nella intensità e numero di utenti unici di categoria già in crescita costante da mesi, come ad esempio nei siti di web conferencing, assicurazioni, e home banking. Un numero rilevante di nuovi utenti digitali con i quali le aziende avranno la possibilità di aprire un canale di comunicazione.

 

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Ambientalisti, promuovere la mobilità sostenibile dopo l’emergenza

Quando finirà il periodo di quarantena la bici sarà un mezzo sicuro per girare in città senza pericolo di infettarsi. Soprattutto durante la fase 2, in cui salire sui mezzi pubblici sarà un’impresa, con gli accessi scaglionati per mantenere le distanze. Le associazioni ambientaliste puntano sulla bici per ripensare la mobilità urbana dopo il lockdown, e col virus ancora in giro. Ma non solo, propongono anche di spingere sul car sharing, e di non abbandonare lo smart working utilizzato in questi giorni. L’obiettivo per chi ha cuore l’ambiente è approfittare di questa emergenza per rendere più sostenibile il traffico urbano. Il rischio è che, con l’accesso limitato ai mezzi pubblici, le persone siano costrette a usare, aumentando traffico e inquinamento atmosferico.

Alla ripresa mezzi pubblici sicuri e piste ciclabili provvisorie

L’inquinamento atmosferico causato dal traffico, come ipotizzano diversi studi, potrebbe rendere più letale il coronavirus, indebolendo i polmoni. A questo proposito Legambiente ha presentato un piano in cinque punti ai sindaci italiani per riorganizzare la mobilità dal 4 maggio. In primo luogo, è fondamentale rendere sicuri i mezzi pubblici, con tornelli e controlli per evitare gli affollamenti, sanificazione, mascherine obbligatorie e orari ripensati.

Poi, realizzare piste ciclabili provvisorie su tutte le arterie principali, restringendo le carreggiate delle auto con strisce o barriere.

Le proposte di Legambiente

“È la soluzione che stanno praticando già diverse città del mondo – scrive Legambiente – da Montpellier, con una striscia di vernice e cordoli di protezione con conetti provvisori, a Berlino allargando le piste ciclabili con nuove strisce laterali. Stesse misure decise a Bogotà, a Vancouver, New York, Boston e Parigi. In Nuova Zelanda – continua Legambiente – il Governo ha deciso di finanziare queste misure da parte dei Comuni. Questi interventi sono a costo quasi zero”.

L’associazione propone il rafforzamento della sharing mobility, con auto soprattutto elettriche, bici, e-bike, scooter elettrici e monopattini, incentivi alla rottamazione dell’auto e alla mobilità sostenibile, sgravi fiscali per lo smart working, che riduce il traffico dei pendolari.

Seguire l’esempio di New York e Bogotà

Anche in Italia qualcosa si sta muovendo. A Roma, ad esempio, le associazioni ciclistiche Fiab e Salvaiciclisti hanno proposto alla sindaca Virginia Raggi un piano dettagliato di piste ciclabili sulle vie principali, restringendo le carreggiate alle auto.  Esattamente quanto ha fatto nei giorni scorsi Bogotà, la capitale della Colombia, che ha realizzato 76 chilometri di piste ciclabili in più, per permettere ai cittadini di non accalcarsi sui mezzi pubblici. Intanto, a New York gli spostamenti in bici da marzo sono raddoppiati, dopo l’invito del sindaco Bill De Blasio ad andare a piedi o pedalare, per evitare di contagiarsi su treni e metro.

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Emergenza Covid-19, boom per le consegne a domicilio

La quarantena imposta dall’emergenza Coronavirus fa volare le consegne a domicilio. Gli acquisti spingono le vendite “sotto casa”, con un aumento per la media distribuzione e i negozi di alimentari di circa il 50%, e picchi di crescita fino al 100-120% per gli alimentari dei piccoli comuni più isolati. Insomma, l’Italia riscopre i camioncini con le sporte della spesa pronti a fermarsi ai portoni per consegnare provviste alimentari ordinate online o via whatsapp, sempre più utilizzati per rimanere in contatto con i fornitori. E poiché i mercati sono chiusi per il contenimento del contagio, cooperative sociali e aziende agricole propongono consegne porta a porta per chi non vuole rinunciare alla spesa ordinata direttamente “dal contadino”.

Un modo per sostenere contadini e allevatori

Le reti già esistenti, come Kalulu, l’Alveare, così come altri gruppi con siti online che mettono in contatto diretto produttori e consumatori, sono pronti a consegnare la spesa a domicilio. Sono modi per sostenere le economie virtuose che animano e custodiscono i nostri territori perché contadini e allevatori non si fermano. Inoltre, se dalla crisi la Grande Distribuzione ne uscirà rafforzata le realtà più piccole ne usciranno penalizzate. E attivarsi per non interrompere il rapporto con loro è un’opzione da valutare con responsabilità.

Non ci sono problemi di approvvigionamento delle merci

Quanto al timore di trovare negozi e supermercati vuoti, non c’è da preoccuparsi. “Il ritmo delle vendite continua a essere altissimo, ma non ci sono problemi di approvvigionamento delle merci – afferma la presidente di Fida Confcommercio, Donatella Prampolini -. Se c’è qualche ritardo è fisiologico, perché magari può capitare che ci sia personale ridotto nei magazzini per turni o malattie, e quindi di conseguenza questo provoca ritardo negli arrivi delle merci sugli scaffali”.

Rassicurazioni sugli approvvigionamenti arrivano anche dalla Grande Distribuzione, dove dopo il boom delle scorse settimane, le vendite si vanno normalizzando. Nell’ultimo weekend hanno registrato una piccola flessione, probabilmente per riassorbire tutte le scorte fatte in precedenza, riporta Ansa.

Gli addetti del commercio chiedono protezione

“Ora il trend è verso la normalizzazione – commenta Claudio Gradara, presidente di Federdistribuzione – fatto salvo il fatto che sono venuti meno i consumi fuori casa e che quindi quelli domestici aumenteranno un po’, ma senza nessun eccessivo stress da domanda”.

I timori per la sicurezza degli addetti continuano però ad accomunare il mondo del commercio. Dai negozi, grandi e piccoli, ai supermercati fino alle maxi piattaforme dell’online gli addetti chiedono protezione. E se negli stabilimenti italiani di Amazon si registra un vero e proprio stato di agitazione, aumentano i punti vendita che decidono per la chiusura domenicale per consentire una pausa ai propri dipendenti

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YouTube limita raccolta dati e pubblicità per tutelare i bambini

YouTube vuole impegnarsi per tutelare i bambini. E lo fa imponendo una nuova regola per limitare la raccolta dei dati personali e i contenuti pubblicitari destinati ai più piccoli. Nel tentativo di rispettare quanto stabilito dalle autorità americane, che qualche mese fa hanno accusato la piattaforma per la condivisone di video online di violazioni della privacy, YouTube alza nuove barriere per proteggere i più piccoli. “YouTube da oggi tratta i dati personali di chiunque guarda contenuti per bambini sulla sua piattaforma come se si trattasse di un minore, e questo a prescindere dall’età dell’utente”, si legge in un post sul blog della società, nel quale viene spiegato che YouTube si impegna a distinguere in modo chiaro e preciso quali siano i contenuti destinati ai bambini, affidandosi sia a chi li crea sia a software ad hoc.

Da gennaio i contenuti destinati ai più piccoli sono più controllati

Ai creatori di contenuti YouTube ha quindi iniziato a richiedere a chi crea i video di comunicare esplicitamente se i video stessi sono destinati ai bambini o meno. E a partire dal mese di gennaio quelli destinati ai bambini non hanno alcun commento, non presenteranno pop up che suggeriscono altri contenuti da vedere, e non sono accompagnati da pubblicità mirata. Lo riporta il Wall Street Journal, sottolineando che la scelta di Google, a cui fa capo YouTube, mostra le difficoltà nel trovare un equilibrio fra la privacy e un modello di business basato sulla pubblicità.

Le modifiche avranno un impatto sui ricavi?

Le modifiche erano attese da mesi, e non è ancora chiaro quale sarà il loro impatto sui ricavi di YouTube. Pur rappresentando un passo in avanti, i cambiamenti però non soddisfano tutti. Alcuni esperti della privacy li ritengono infatti insufficienti da parte di una società come YouTube, incentivata a spingere gli utenti a trascorrere il maggiore tempo possibile sulla propria piattaforma, riporta Ansa.

Una multa per aver violato le norme che regolano la raccolta di dati sui minori

Le nuove regole arrivano in risposta alla richiesta delle autorità americane. La Federal Trade Commission a settembre 2019 ha infatti multato YouTube per aver violato le norme che regolano la raccolta di dati sui minori. Ma qualcuno mostra qualche perplessità. “Ci sono ancora delle zone grigie che riguardano contenuti non rivolti esplicitamente ai bambini, ma che sono visti soprattutto dai bambini”, afferma Josh Golin, direttore esecutivo della Campaign for Commercail-Free Childhood, uno dei gruppi che ha denunciato YouTube alla Federal Trade Commission.

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La Generazione Z si informa sui social e sul web

La Generazione Z si tiene genericamente aggiornata sui social, ma quando ricerca notizie e informazioni sui fatti di cronaca preferisce i siti dedicati alle news. E lo fa soprattutto attraverso lo smartphone, ricorrendo principalmente alla navigazione in browsing e agli aggregatori, ovvero le notizie presenti sul telefono. È quanto emerge dall’indagine condotta nel mese di luglio 2019 da Comscore, società di ricerca online, sui campioni rappresentativi della generazione Z, Millennials e generazione X, integrati con i dati di Audience Analytics delle piattaforme.

Per 1 under-22 su 5 la lettura online delle notizie è stressante

Gli italiani si informano online e lo fanno significativamente più di inglesi e americani, ma ciò che cambia notevolmente tra le varie generazioni è l’approccio che contraddistingue la generazione Z (under 22 anni) rispetto alle generazioni successive. Il 59% dei giovanissimi legge le notizie online solo quando ha bisogno di informarsi, uno su tre dichiara addirittura di leggere le notizie malvolentieri, e un under-22 su cinque trova addirittura la lettura online delle notizie stressante. Un atteggiamento che cambia sensibilmente con l’avanzare dell’età e la maggiore maturità: il 59% degli italiani nella fascia d’età 23-38 anni e il 66% di quelli tra i 35 e i 54 anni infatti si dichiara assiduo lettore di news, con livelli quasi doppi dei coetanei anglosassoni.

Social o siti di news?

I social sono la fonte d’informazione primaria dei più giovani. Il 43% della generazione Z si informa sui social, il 35% sui siti di informazione, il 16% sui siti generalisti, e il 6% su altre fonti, mentre le generazioni più adulte indicano i siti di news come fonte principale. Ma quando è ora di informarsi davvero la fiducia viene riposta prevalentemente sui siti di news. Inoltre, il lettore online di tutte le età si fida di più delle notizie di natura internazionale, e in un secondo tempo di quelle nazionali. Oltre l’80% degli intervistati dichiara però che la prima fonte consultata è sufficiente a soddisfare il proprio bisogno informativo, e non trova necessario procedere a ulteriori ricerche per verificare la notizia anche ricorrendo ad altri mezzi.

Tutte le generazioni si informano prevalentemente da device mobili

Per quanto riguarda i device di accesso alle news tutte le generazioni si informano online prevalentemente da device mobili. A luglio il 42% degli italiani ha consultato i siti di news esclusivamente mediante smartphone o tablet, device che hanno generato il 72% del tempo totale speso nella lettura delle news. La durata media di una visita a un sito di news da mobile è infatti di 1,8 minuti, mentre quella da desktop è di 5,2 minuti. Su mobile, inoltre, le notizie si fruiscono prevalentemente mediante la navigazione in browser, oppure leggendo quelle nativamente presenti sul dispositivo.

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L’ottimismo allunga la vita, una ricerca lo conferma

Essere ottimisti fa vivere di più. E meglio. La conferma arriva da una ricerca durata trent’anni condotta dalla Boston University School of Medicine. Lo studio, iniziato nel 1986 e concluso nel 2016, si è basato su un campione di circa 70.000 donne, la maggior parte delle quali infermiere, con un’età media di 70 anni, compresa  tra 58 e 86 anni, seguite per 10 anni. Il campione degli uomini contava invece 1.400 soggetti di età compresa tra 41 e 90 anni, con un’età media 62 anni, seguiti invece per 30 anni. Lo stesso campione è stato poi suddiviso in 4 gruppi, in basa al grado di ottimismo dimostrato, ed è stato seguito nelle sue abitudini e atteggiamenti più o meno positivi nei confronti della vita.

Vivere dall’11% al 15% in più di chi è depresso 

I risultati della ricerca, con a capo la dottoressa Lewina Lee, psicologa clinica del National Center degli Stati Uniti, sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Proceedings of National Academy of Sciences. L’idea che l’ottimismo allunghi la vita non è nuova, ma la validità di questi risultati è avvalorata sia dalla vastità del campione sia dalla durata dello studio. Gli studiosi hanno infatti constatato che chi ha dimostrato maggiore ottimismo nell’affrontare la vita quotidiana è vissuto dall’11% al 15% in più rispetto a chi invece tendeva alla depressione, all’abbattimento o comunque a un atteggiamento pessimista.

Una difesa contro l’accumulo di stress

La conclusione a cui sono arrivati gli scienziati è chiara, e suggerisce che essere ottimisti favorisce un’aspettativa di vita che può arrivare a 85 anni e oltre. Una longevità definita dagli studiosi “eccezionale”, soprattutto nel caso in cui non sono presenti malattie, si è autosufficienti e si vive in modo ancora attivo e ricco di stimoli. Essere ottimisti è una delle caratteristiche psicologiche più positive che si possano acquisire nel corso della vita, in quanto difende dagli accumuli di stress. “L’ottimismo è una disposizione mentale a vivere le situazioni in modo positivo e una caratteristica psicologica che ci spinge a guardare il lato favorevole degli eventi”, spiegano gli esperti del portale PsicologiOnline.

Ottenere una vita più lunga, sana e felice

È noto quanto l’affaticamento mentale e fisico incida negativamente sulla salute, non solo degli anziani. In pratica l’ottimismo aiuta in parte a difendersi da varie malattie (infarto, ictus, colesterolo alto), nonché dall’aumento del cortisolo, il cosiddetto “ormone dello stress”, che incide negativamente su buona parte delle funzioni dell’organismo. La capacità di non concentrarsi sugli aspetti negativi aiuta inoltre a non arrendersi, e riprendersi più rapidamente da problemi e battute d’arresto.

Certo, tranquillità economica, avere amici e famigliari, coltivare le proprie passioni, e attenersi a un’alimentazione sana ed equilibrata concorrono alla possibilità di vivere più a lungo. Ma l’ottimismo è certamente un potente propulsore a livello psicosociale. E chi non lo possiede ha comunque la possibilità di acquisirlo o aumentarlo, coltivando un atteggiamento più positivo.