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Lavoro, non solo hi-tech: ecco quali sono gli artigiani più ricercati

Sappiamo tutti che nei prossimi anni saranno le professioni legate alle tecnologie quelle che avranno più “mercato”. Ma c’è anche un altro settore sempre a caccia di talenti: è quello dell’artigianato, che ha bisogno di esperti in arti e mestieri spesso antichi. Qualche esempio? Il liutaio, il maestro incisore e la ricamatrice a mano. Tutti lavori che affondano la loro origine lontano nel tempo, ma attuali ancora oggi e che soprattutto offrono un futuro. Ecco la classifica dei 10 mestieri artigiani più ricercati in base a un’indagine effettuata da Espresso Communication per Cameo italiano sulle principali testate di settore. 

Dal liutaio al tessitore

Dall’analisi, si scopre che spesso i mestieri artigiani sono strettamente legati al meglio e alla tradizione del Made in Italy. Come il Conciatore di pelli: l’industria conciaria italiana è un’eccellenza manifatturiera conosciuta in tutto il mondo. Il Liutaio è un mestiere nato nell’epoca barocca; il liutaio si occupa di costruire e restaurare strumenti ad arco (come violini e violoncelli) e a pizzico (liuti, chitarre e mandolini). In Italia la culla di quest’arte è a Cremona mentre in Europa è rinomata la produzione artigianale di Granada. Il Maestro incisore su conchiglia e corallo è un’artigianalità tipica di Torre del Greco: La creazione del cammeo su conchiglia e corallo ancora oggi viene affidata alle sapienti mani di maestri artigiani che lavorano la materia secondo tecniche e tradizioni che hanno attraversato secoli di storia. La Ricamatrice a mano: dalle mercerie alle grandi aziende, l’Italia si è sempre contraddistinta nel mondo per la qualità e il pregio delle ricamature per abbellire o impreziosire ogni tipologia di tessuto, come lino, seta, lana, cotone. L’Impagliatore è l’artigiano esperto nella lavorazione della paglia e del vimine crea sedie, cestini di varia grandezza e contenitori per damigiane. Mestiere tornato alla ribalta anche grazie alla riparazione delle sedute delle sedie che vengono prodotte industrialmente. Tessitore: sono diverse le aziende alla ricerca di tessitori in grado di utilizzare i telai per realizzare prodotti finiti direttamente dai filati. Una particolare categoria sono gli arazzieri che tramite un’antica tecnica di lavorazione realizzano pregiati articoli di tappezzerie per adornare le pareti.

E dal bombonierista al ramaio

Bombonierista è l’esperto nel confezionamento artigianale delle bomboniere, che accompagnano la celebrazioni tradizionali come matrimoni, cresime, battesimi. L’Ornatista è l’artigiano specializzato in opere e lavori di pura ornamentazione; è sempre stato una figura richiesta nel campo dei modellatori, intagliatori e incisori e, grazie alle sue doti manuali, è in grado di perfezionare e rendere unico un manufatto. Il Lattoniere: sono sempre di meno gli operai specializzati che lavorano le lamiere con utensili manuali o macchine piegatrici. I lattonieri sono in grado di realizzare lamiere, tubazioni, raccorderia e grondaie per l’edilizia e di riparare le carrozzerie delle autovetture. Infine il Ramaio: sebbene la produzione industriale abbia preso il sopravvento, ci sono ancora alcuni artigiani che realizzano pezzi di artigianato (una volta era pentolame da cucina) partendo da semplici fogli di rame che vengono tagliati, modellati con un martello e infine saldati tra loro.

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Quale musica si ascolta a tavola?

Si sa che gli italiani sono amanti della buona cucina e, allo stesso tempo, pure della musica. Non sorprende dunque che i nostri connazionali abbiano delle vere e proprie “colonne sonore” quando consumano i loro pasti. A confermarlo è una recente indagine condotta da Uber Eats, che ha realizzato la ricerca “Il cibo è musica” coinvolgendo circa 1.200 persone. In particolare, si scopre che a determinati alimenti è associata una tipologia di musica ben precisa: ad esempio, la pizza è pop, carne e hamburger rock, sushi è jazz, il poke disco dance. In sintesi, l’analisi ha esplorato  in che modo il cibo sia entrato sempre più nella sfera emozionale dell’uomo, legandosi ad altri elementi esperienziali della persona, come l’ascolto della musica e la preferenza di specifici generi musicali, dando vita ad un connubio coerente e capace di trasmettere sensazioni positive.

Note e piatti

La maggior parte degli intervistati ha dichiarato di ascoltare musica classica (23%) durante i pasti. Seguono la musica pop (22%), quella rock (17%), il jazz (14%), la dance (10%) e il metal (9%). Ma l’indagine ha anche esaminato quali siano i principali profili musicali legati al mondo del cibo e dei sapori. Sul podio del cibo preferito degli adepti della musica classica c’è la pasta (21%) al primo posto, seguita dalla pizza (16%) e dalla carne (12%). La preferenza nelle abitudini alimentari punta a un ‘mangiar sano e leggero’ (25%), ma spazia tra il ‘mangiare lentamente per gustare i sapori’ (22%) e il ‘piacere di piatti ricchi e gustosi’ (13%). Gli amanti del rock prediligono la pizza (17%), seguita a pari merito (15%) da dolci e frutta secca per finire con la pasta (12%). Da veri rocker, in risposta alle abitudini alimentari ai pasti il 23% ha affermato “preferisco a tavola i sapori forti e i cibi speziati”. 

Pop, dance e metal

Chi ascolta  pop ha un occhio di riguardo per la linea e adora la ‘frutta e verdura di stagione’ (17%). Sul podio seguono comunque i dolci (15%) e la pasta (14%). L’estetica a tavola non può mancare, l’abitudine preferita di chi ascolta pop si racchiude in questa affermazione (23%): “amo consumare cibi che oltre ad essere buoni abbiano anche un bell’aspetto”. Il dolce è la prelibatezza di chi ascolta dance, almeno per il 17% degli intervistati, seguito dalla frutta secca (16%) e dalla pizza (15%). I metallari, infine, adorano la carne: il 17% la mette al primo posto, seguita da pasta e frutta secca (15%) e al terzo posto la pizza (13%). Per chiudere in bellezza, un’altra sorta di conferma circa il popolo del metal: l’abitudine a tavola? Per il 24% è quella di ‘mangiare velocemente’.

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Futuro incerto per 1 italiano su 2. Cresce la propensione al risparmio

Il Covid lascia un segno profondo sulle aspettative di vita futura degli italiani: per 1 su 2 il prossimo decennio sarà caratterizzato da instabilità e precarietà, ma anche da una profonda incertezza e da una maggiore propensione al risparmio. Salute e famiglia restano, oggi come in futuro, i primi beni da assicurare. Dopo la pandemia, il 40% dei single italiani con figli piccoli si dice pronto a sottoscrivere una nuova copertura assicurativa, il 13% dichiara di averla già stipulata, il 28% avrebbe voluto farlo, ma ha dovuto rinunciare per far fronte ad altre priorità di spesa. Lo rivela una ricerca BVA-Doxa condotta per la II edizione dell’Osservatorio Change Lab, Italia 2030, realizzato da Groupama Assicurazioni.

Segnati da Covid e guerra, gli italiani amplificano le loro paure

Per 1 italiano su 2 (48%) il segno più evidente lasciato dalla pandemia è una sensazione generale di precarietà. Preoccupa anche l’incertezza riguardo alle prospettive finanziarie future (42%), che induce a una maggiore propensione al risparmio (33%).
Percezioni amplificate tutte ulteriormente dalla guerra russa- ucraina, che ha accentuato la sensazione generale di instabilità in 6 italiani su 10 (60%). L’insorgenza di nuovi conflitti internazionali è una delle maggiori preoccupazioni (57%), così come l’idea di perdere i propri cari (39%), avere gravi problemi di salute (36%), non riuscire a mantenere economicamente la propria famiglia (33%) e perdere i propri risparmi (28%).

Cresce il bisogno di protezione

Famiglia e figli sono in cima alla classifica dei beni più cari da proteggere (47%), seguiti da salute (41%), patrimonio e risparmi (30%). Per 4 italiani su 10 (39%) diventa prioritario garantire una serenità economica ai propri familiari facendo fruttare i capitali messi da parte. Più di 1/3 degli intervistati (34%) avrebbe voluto investire i propri risparmi, ma lo ha fatto solo il 20%. Il 14% non è ancora riuscito a concretizzare questo desiderio (27% giovani) mentre il 35% non ha avuto la possibilità di investimenti economici. I motivi principali degli investimenti effettuati sono far crescere i capitali risparmiati (46%), assicurarsi un futuro economicamente più tranquillo (31%), e non tenere ‘fermi’ troppi soldi sul conto (50%).

2030 tra incertezza e speranza

Provando a immaginare la propria vita da qui a 10 anni, il 51% degli italiani dichiara di vedere una prospettiva decisamente incerta. A far da contraltare è un 43% che trova nella speranza il sentimento che rispecchia maggiormente la propria visione del prossimo decennio. Per il 33% sarà il cambiamento/trasformazione a farla da padrone, ma il 26% non nega di avere paura del futuro, percentuale che sale al 34% nella fascia dai 18-34 anni. Ecco perché guardando al futuro, tra le coperture assicurative la salute rimane prioritaria per 4 italiani su 10 (40%), percentuale che sale al 64% per i single con figli grandi. Seguono le polizze sulla vita (28%), la previdenza integrativa (26%), e le soluzioni di investimento (14%), soprattutto per i più giovani (21%).

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Smart working, un alleato per “lavorare bene”

In che modo lo smart working può diventare una formula collaudata, capace di portare benefici all’interno delle organizzazioni e ai lavoratori, anche nel post-emergenza? Risponde il white paper dal titolo Lavorare bene. Lo smart working come alleato, pubblicato da Cefriel, il centro di innovazione digitale fondato dal Politecnico di Milano.  Di fatto lo smart working è stato prorogato, e due sono le misure che ne riguardano il prolungamento: una riguarda la proroga fino al 31 agosto dello smart working semplificato per il settore privato, l’altra, la proroga fino al 30 giugno per i lavoratori fragili o i genitori di figli con fragilità.

Definire un modello organizzativo e policy adeguate

Secondo i dati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, nel periodo di completa remotizzazione, il 28% ha sofferto di tecnostress e il 17% di over working. Questo dimostra che non si può parlare di smart working senza aver definito un modello organizzativo e delle policy adeguate che lo rendano attuabile e positivo per tutte le parti interessate.
“La vita in ufficio serve a creare cultura, allineamento e coaching diffuso, ma occorre considerare il fatto che il poter lavorare da remoto garantisce flessibilità e work-life balance – spiega Alfonso Fuggetta, CEO e direttore scientifico di Cefriel -. Trovare un equilibrio si può: la chiave del successo è definire progetti di smart working disegnati sulle esigenze delle persone, con focus sul raggiungimento degli obiettivi e bilanciamento tra le diverse necessità personali e aziendali”. 

Quali regole per orientare il nuovo, imminente, corso del lavoro agile?

Quali sono, quindi, le regole che possono orientare il nuovo, imminente, corso dello smart working? Innanzitutto sarà necessario ripensare gli spazi, prevedendo luoghi per interazioni e luoghi di isolamento. Una possibile evoluzione degli spazi in questo senso vedrà la costruzione di isole progettuali, in cui le persone non avranno una scrivania assegnata, ma si riuniranno intorno a un team di progetto. Allo stesso tempo, sarà necessario regolare i tempi di lavoro, evitando che lo smart working diventi lavoro da remoto senza vincoli di orario. Le indicazioni da questo punto di vista sono quelle di evitare le riunioni tra le 13 e le 14.30, evitare di chiedere il coinvolgimento dei colleghi, salvo imprevisti, al di fuori dell’orario lavorativo e nel weekend. E nel caso si predispongano mail in questi range temporali, ritardarne l’invio.

Serve una leadership generativa ed empatica

Lavoro agile non significa lavoro solitario, riporta Ansa, per questo una delle priorità individuate da Cefriel riguarda proprio il valore delle relazioni negli ambienti lavorativi, che vanno mantenute anche da remoto. Inoltre, questa nuova modalità richiede un ripensamento sui modelli di leadership: lo smart working ha bisogno di una leadership generativa, empatica, attenta allo sviluppo e al benessere delle persone. Un modello ispirato a uno stile ‘contingente’ e flessibile, che tenga conto delle differenze fra collaboratori inesperti e maturi, e fra Junior e Senior, e in cui sia il leader ad adattare le sue azioni in base al livello di maturità di chi lo segue.

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Il 90% degli italiani legge le etichette alimentari prima di acquistare

Un’abitudine consolidata per il 90% dei consumatori italiani: guardare l’etichetta dei prodotti alimentari prima di acquistarli. Un segno tangibile di un cambiamento culturale e di uno stile di vita più sano, perché prestare attenzione all’etichetta significa scoprire la data di scadenza dei prodotti (75%), la provenienza geografica (61%) e l’assenza di prodotti ‘dannosi’ per la salute (47%). È quanto emerge da una ricerca di Banco Fresco, la catena food presente in Lombardia e Piemonte. Tra le etichette più ‘convincenti’, la ricerca segnala quelle con le diciture ‘senza antibiotici’ (59%), ‘senza conservanti’ (53%), seguite da ‘senza zuccheri’ e ‘senza polifosfati’, entrambe al 29%.

Sale il livello di preparazione sul sistema di etichettatura

La salute, dunque, viene prima della dieta. Basti pensare che il 52% dei consumatori individua negli additivi le sostanze ritenute più dannose, più del sale (12%), dello zucchero (12%) e dei grassi in generale (11%). Secondo l’indagine, risulta alto anche il livello di preparazione circa il sistema di etichettatura. Quello attuale è ritenuto abbastanza chiaro dal 78% del campione, anche se ci sono ancora lacune da colmare, come la conoscenza del significato corretto della dicitura ‘Consumare entro…’, che solo un terzo dei consumatori ha dimostrato avere ben chiaro, riferisce Ansa.

Più attenzione alla salute

Gli italiani, quindi, sono sempre più attenti alla propria salute, e non solo dal punto di vista dell’alimentazione, ma anche da quello sportivo. Il 64% fa infatti sport abitualmente o saltuariamente, e il 92% prova a seguire una dieta abbastanza sana ed equilibrata. E questo si vede anche dalle abitudini di acquisto durante la spesa, dato che la maggior parte degli italiani (62%), come primo fattore guarda l’etichetta e i relativi ingredienti dei prodotti, perché il ‘contenuto’ supera il valore del marchio, nonché le attività di promozione e scontistica. Tanta, poi, anche l’attenzione al Made in Italy e all’indicazione geografica dei cibi (DOP, DOC, DOCG, IGP), che per l’81% costituisce un elemento determinante al momento dell’acquisto.

Evitare gli sprechi, anche dopo la data di scadenza

Solo un quarto del campione però non è a conoscenza della regola secondo cui gli ingredienti sono elencati dal più al meno presente, ma più della metà sa esattamente quali sono gli elementi obbligatori per legge che devono figurare su tutte le etichette alimentari (ingredienti, scadenza, presenza di allergeni, quantità netta, valori nutrizionali, provenienza geografica).  Ma il consumatore italiano è anche attento a evitare gli sprechi. La ricerca di Banco Fresco rivela che giunti alla data di scadenza, prima di buttare via i prodotti, i consumatori nel 60% dei casi controllano che le proprietà organolettiche non siano variate, e quindi, se possibile, preferiscono consumare l’alimento. D’altronde gli italiani sono già abituati a controllare da soli la bontà dei prodotti. Nel 94% dei casi quando si tratta di frutta e verdura la preferenza ricade sui prodotti ‘sfusi’.

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I giovani passano sempre più tempo davanti ai device

I genitori sono preoccupati: l’87% di loro ha riscontrato sui propri figli effetti negativi dovuti a un ricorso sempre maggiore della tecnologia nella vita quotidiana. Dalla ricerca condotta dall’Istituto Piepoli per conto del Moige, il Movimento italiano genitori, emergono dati preoccupanti sul fenomeno: da quando è scoppiata l’emergenza pandemica, escluso l’impegno per la DAD, il tempo trascorso dai ragazzi davanti ai device tecnologici è aumentato del 67% (+48% nel nord ovest, +71% nel nord est, +71% al centro, +74% al sud, +76% nelle isole)
Un altro dato significativo emerso è quello delle conseguenze dovute all’aumento del ricorso al digitale sui rapporti sociali tra i bambini e gli adolescenti. Il 52% dei genitori, infatti, ha segnalato la perdita del contatto fisico con gli altri coetanei.

Effetti negativi soprattutto sui ragazzi delle isole
A livello territoriale, la ricerca segnala come i giovani delle isole abbiano maggiormente risentito dell’aumento di utilizzo di device. Addirittura il 94% degli intervistati ne ha riscontrato gli effetti negativi, mentre il 77% riconosce che l’uso dei device ha compensato la mancanza di relazioni aiutando i figli ad affrontare la chiusura forzata e mantenere così le relazioni sociali. Per questo motivo è partito da Ravenna il web tour del progetto Comunità in rete contro i cyber risk, promosso dal Moige, con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Un progetto contro il cyberbullismo
La campagna coinvolgerà 400 scuole primarie e secondarie di I e II grado sul territorio italiano, oltre a studenti, Giovani Ambasciatori, docenti e genitori degli studenti con l’obiettivo di diffondere una cultura digitale per sensibilizzare sui rischi connessi a un uso improprio delle nuove tecnologie.
Il progetto ha inoltre lo scopo di supportare i ragazzi nell’acquisizione di competenze per una gestione costruttiva dei conflitti interpersonali, fornire alle famiglie una formazione digitale consapevole per fronteggiare i pericoli della rete, contrastare il fenomeno delle fake news e informare l’opinione pubblica per contrastare la trasmissione, anche involontaria, di comportamenti devianti ai minori.

Studenti in prima linea per promuovere l’uso corretto del web
Gli studenti saranno protagonisti in prima linea per promuovere l’uso corretto del web, e verrà messo a disposizione delle scuole anche il Centro mobile digitale, una piattaforma con contenuti realizzati da esperti raggiungibili in qualsiasi momento.
Anche i Comuni prenderanno parte all’iniziativa, tramite la creazione di uno sportello territoriale per integrare i servizi di supporto e welfare nelle scuole, integrando la presenza di figure specializzate a fronteggiare tempestivamente fenomeni di bullismo e cyberbullismo.

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Lavoro: emergenza giovani, occorre ridurre mismatch tra domanda e offerta

Nel panorama europeo, l’Italia ha il minor tasso di occupazione degli under 40, il 32% (contro una media in Europa del 41%), con una contrazione degli occupati in questa fascia d’età che ha toccato i due milioni dal 2011 a oggi. Un trend che permane negli anni, e che la pandemia ha contribuito ad acuire, sebbene nel secondo trimestre 2021 siano stati 233.500 i posti vacanti nell’industria e nei servizi, con un costo annuo generato dal mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro stimato dal Censis in 21 miliardi di euro, l’1,2% del Pil. Ma come ridurre mismatch tra domanda e offerta di lavoro? Alla questione cerca di rispondere un focus realizzato dalla Fondazione studi consulenti del lavoro. 

Stabilire un rinnovato sistema di formazione dei lavoratori

Il focus, dal titolo L’emergenzialità della questione giovanile, mette a sistema la scarsa offerta di formazione tecnica (sono solo 116 gli Its sul territorio nazionale), con le criticità lamentate dalle aziende in fase di reclutamento e le basse retribuzioni in ingresso dei giovani. Secondo i consulenti del lavoro sarebbe quindi opportuno stabilire un rinnovato sistema di formazione dei lavoratori, e in parallelo, procedere alla definizione di un sistema nazionale di certificazione delle competenze, che garantisca ai singoli la possibilità di mettere in trasparenza, anche attraverso la blockchain, le esperienze di apprendimento ottenute.

Avvicinare i ‘pandemials’ alle nuove esigenze delle aziende

E ancora, investire in formazione tecnica, a livello secondario e terziario, per avvicinare l’offerta di lavoro, soprattutto per i ‘pandemials’, i giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni, alle nuove esigenze delle aziende. Stage, tirocinio e apprendistato possono quindi rappresentare, secondo i dati contenuti nel focus, strumenti di raccordo tra momento formativo e mondo del lavoro, anche in una visione prospettica di rilancio e consolidamento di vantaggi competitivi e duraturi per il Paese.

Investire nella promozione delle competenze Stem

È urgente pertanto, riferisce Adnkronos, investire nella promozione delle competenze Stem e nell’istruzione professionale per creare profili facilmente assorbibili dal mercato. Colmare il divario che tiene distante chi cerca e chi offre lavoro è infatti necessario, sia per rendere più competitive le aziende italiane sia per invertire quella tendenza che vede crescere i Neet (acronimo inglese di Neither in Employment or in Education or Training, ovvero coloro che non sono impegnati nello studio, né nel lavoro né nella formazione), e il ricorso ai sussidi pubblici.

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Plastica, cittadini nel mondo d’accordo sul no al monouso

I cittadini del mondo sono sempre più sensibili rispetto ai temi ambientali: e la questione plastica è uno degli argomenti più scottanti, proprio per la difficoltà di smaltire correttamente questo materiate. Resta il fatto che, a livello globale, quasi 9 persone su 10 sono favorevoli all’introduzione di un trattato vincolante, a livello internazionale, per contrastare l’inquinamento da plastica e quasi 8 persone su 10 concordano sul fatto che la plastica monouso dovrebbe essere vietata il più presto possibile. Lo rivela l’ultimo sondaggio internazionale di Ipsos, condotto in 28 paesi e realizzato in collaborazione con Plastic Free July, che ha indagato il punto di vista dell’opinione pubblica su diverse questioni riguardo l’utilizzo della plastica.

Sì a un trattato internazionale

In media, nei 28 Paesi esaminati, l’88% degli intervistati crede sia essenziale, molto/abbastanza importante avere un trattato vincolante, a livello internazionale, per contrastare l’inquinamento da plastica. In generale, l’America Latina (LATAM) e il Medio Oriente/Africa, insieme ai Paesi BRIC, mostrano i più alti livelli di accordo sull’importanza di un trattato internazionale.  In Italia, la percentuale è maggiore rispetto alla media internazionale: il 94% dei cittadini ritiene fondamentale avere un trattato per contrastare l’inquinamento da plastica. Ancora, gli intervistati si dimostrano sensibili nei confronti dei packaging. In tutti i Paesi coinvolti nell’indagine, una media dell’82% delle persone è d’accordo nel voler comprare prodotti che usino meno imballaggi di plastica possibile. In generale, l’America Latina mostra i livelli più alti d’accordo seguita dalle Nazioni BRIC. Al contrario, il Nord America e i Paesi del G-8 mostrano un livello di consenso più basso.  In Italia, l’86% dei cittadini afferma di essere intenzionata ad acquistare prodotti che utilizzino minor quantità di plastica nel packaging.

Divieti e riciclo

Una media del 75%, in tutti i Paesi esaminati, concorda sul fatto che la plastica monouso dovrebbe essere vietata il più presto possibile. I Paesi dell’America Latina e del BRIC mostrano i livelli di accordo più alti. In Italia, anche in questo caso, la percentuale di chi ritiene necessario il divieto della plastica monouso è più alta della media internazionale, con l’83% dei cittadini d’accordo. In media, a livello internazionale, l’85% delle persone ritiene che i produttori e i rivenditori dovrebbero essere responsabili di ridurre, riutilizzare e riciclare i packaging di plastica. L’area dell’America Latina mostra i più alti livelli di accordo seguito dall’Europa. In Italia, l’89% degli intervistati afferma che produttori e rivenditori abbiano una certa responsabilità nella riduzione, riutilizzazione e riciclaggio della plastica.

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Speranza e voglia di cambiamento: per gli italiani il 2022 è così

Speranza e timore sono le parole che le persone maggiormente associano a questo 2022 appena iniziato. In parallelo, si percepisce anche la voglia di cambiamento, di benessere e aumenta la preoccupazione per il climate change. Ecco alcune delle evidenze emerse dalla survey “2022, Coming Soon – Consumer”, appartenente al Rapporto Coop 2021, condotta in collaborazione con Nomisma.  

Le parole dell’anno

Speranza, ripresa, cambiamento: come l’anno scorso, sono queste le prime parole che gli italiani decidono di associare al 2022 (vengono riportate, rispettivamente, dal 32%, il 16% e il 15% delle persone). A queste segue il termine “timore”, citato più del doppio delle volte rispetto al 2021 (si passa dal 3% al 7%): in particolare, è proprio nella Generazione Z (i nati tra il 1997 e il 2012) che si registra la media più alta di coloro che accostano questo stato d’animo al nuovo anno (lo fa il 9% di questo segmento). Allo stesso tempo, è sempre in questa fascia d’età che si trova la percentuale maggiore di chi, pensando al 2022, spera in un cambiamento (il 19%). In relazione a ciò che ci potrebbe aspettare nei mesi futuri, i manager della community coinvolti nella survey hanno sottolineato alcuni fattori che potrebbero frenare la ripresa. Nello specifico, gli esperti hanno individuato possibili ostacoli principalmente nell’instabilità politica (menzionata dal 47%), nei ritardi nell’attuazione del PNRR (46%) e nella crescita dei prezzi (39%), stimata a + 2,9%.

Gli obiettivi da raggiungere

C’è anche tanta voglia di benessere, o comunque di vivere meglio, nella whislist degli italiani. Così,  nell’attesa che la pandemia finisca, gli italiani definiscono nuovi obiettivi su cui concentrarsi in futuro. Questi parlano, soprattutto, del bisogno di cambiamento a partire proprio da se stessi: nei programmi per il 2022, infatti, appaiono ai primi posti il desiderio di prendersi cura della propria persona (citato dal 57%), seguito dalla necessità di cercare un nuovo equilibrio tra lavoro e vita privata (56%) e di rivedere le priorità della vita (55%); inoltre, quasi 1 italiano su 3 (il 29%) programma di cambiare lavoro nel corso del 2022. In generale, “costruire qualcosa di nuovo” rappresenta il motto riferito al post pandemia per il 21% delle persone. 

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Italia, cresce il numero di brevetti innovativi: +5,3% le invenzioni pubblicate in Europa

Anche in anni difficili come quelli che abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo, l’Italia si conferma un paese di inventori. Che, alla faccia della pandemia, non ha paura di cambiare e scoprire nuove possibilità. A conferma di questo fatto, che fa ben sperare per l’economia italiana e per tutto il sistema Paese, sono i dati elaborati da Unioncamere-Dintec sui brevetti. L’Italia innovativa, quella che fa ricerca e produce brevetti a livello europeo, sta infatti crescendo. Sono 4.465 le domande di brevetto italiane pubblicate dall’European Patent Office (EPO) nel 2020, secondo l’analisi effettuata da Unioncamere–Dintec, il 5,3% in più dell’anno precedente. Dal 2008 le invenzioni italiane protette a livello europeo sono state quasi  52mila e per quasi l’80% si devono a soggetti (imprese, enti di ricerca e persone fisiche) residenti nelle regioni settentrionali. “I dati sui brevetti italiani in Europa – sottolinea il presidente di Unioncamere, Andrea Prete – dimostrano che il nostro Paese ha una capacità di innovazione importante non solo nei settori ad alta intensità di conoscenza ma anche in quelli tipici dell’Italian style”.

I campi in cui maggiormente si esprime la capacità innovativa 

I campi delle “necessità umane” e delle “tecniche industriali e trasporti” assorbono più della metà della capacità innovativa made in Italy. Nel primo rientrano i brevetti relativi ad ambiti diversi di attività: dall’agricoltura all’abbigliamento, passando per il tabacco e lo sport; il secondo ha a che fare, invece, con le tecnologie della manifattura e dell’automotive. Rispetto al 2019, gli incrementi maggiori riguardano soprattutto alcuni settori che rendono l’Italia famosa nel mondo: +53% per le innovazioni riguardanti i prodotti tessili e la carta (passati da 75 a 114) e +10%, appunto, per le “necessità umane” (935 i brevetti pubblicati nel 2019, 1.033 quelli del 2020).

Un brevetto su 5 si riferisce alle KET

Un brevetto su 5 di quelli pubblicati dall’EPO nel 2020 si riferisce alle KET (Key Enabling Technologies), le tecnologie che la Commissione Europea ha definito abilitanti a tutti gli effetti. Tra le 6 categorie delle KET (biotech, fotonica, materiali avanzati, nano e micro–elettronica, nanotecnologie e manifattura avanzata), la manifattura avanzata, quella cioè che si riferisce all’automazione e ai robot, fa ulteriori passi avanti: nel 2020 qui vi sono 53 domande di brevetti in più, per complessive 670 pubblicate. Va bene anche la fotonica, utilizzata per la trasmissione dei dati all’interno delle fibre ottiche, che registra 25 brevetti in più rispetto all’anno precedente, per complessive 74 invenzioni pubblicate dall’EPO nel 2020. A livello geografico, con 1506 brevetti, è la Lombardia la regione più attiva, seguita da Emilia Romagna (con 703 domande di brevetti), Veneto (con 596) e Piemonte (480).