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Italia, cresce il numero di brevetti innovativi: +5,3% le invenzioni pubblicate in Europa

Anche in anni difficili come quelli che abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo, l’Italia si conferma un paese di inventori. Che, alla faccia della pandemia, non ha paura di cambiare e scoprire nuove possibilità. A conferma di questo fatto, che fa ben sperare per l’economia italiana e per tutto il sistema Paese, sono i dati elaborati da Unioncamere-Dintec sui brevetti. L’Italia innovativa, quella che fa ricerca e produce brevetti a livello europeo, sta infatti crescendo. Sono 4.465 le domande di brevetto italiane pubblicate dall’European Patent Office (EPO) nel 2020, secondo l’analisi effettuata da Unioncamere–Dintec, il 5,3% in più dell’anno precedente. Dal 2008 le invenzioni italiane protette a livello europeo sono state quasi  52mila e per quasi l’80% si devono a soggetti (imprese, enti di ricerca e persone fisiche) residenti nelle regioni settentrionali. “I dati sui brevetti italiani in Europa – sottolinea il presidente di Unioncamere, Andrea Prete – dimostrano che il nostro Paese ha una capacità di innovazione importante non solo nei settori ad alta intensità di conoscenza ma anche in quelli tipici dell’Italian style”.

I campi in cui maggiormente si esprime la capacità innovativa 

I campi delle “necessità umane” e delle “tecniche industriali e trasporti” assorbono più della metà della capacità innovativa made in Italy. Nel primo rientrano i brevetti relativi ad ambiti diversi di attività: dall’agricoltura all’abbigliamento, passando per il tabacco e lo sport; il secondo ha a che fare, invece, con le tecnologie della manifattura e dell’automotive. Rispetto al 2019, gli incrementi maggiori riguardano soprattutto alcuni settori che rendono l’Italia famosa nel mondo: +53% per le innovazioni riguardanti i prodotti tessili e la carta (passati da 75 a 114) e +10%, appunto, per le “necessità umane” (935 i brevetti pubblicati nel 2019, 1.033 quelli del 2020).

Un brevetto su 5 si riferisce alle KET

Un brevetto su 5 di quelli pubblicati dall’EPO nel 2020 si riferisce alle KET (Key Enabling Technologies), le tecnologie che la Commissione Europea ha definito abilitanti a tutti gli effetti. Tra le 6 categorie delle KET (biotech, fotonica, materiali avanzati, nano e micro–elettronica, nanotecnologie e manifattura avanzata), la manifattura avanzata, quella cioè che si riferisce all’automazione e ai robot, fa ulteriori passi avanti: nel 2020 qui vi sono 53 domande di brevetti in più, per complessive 670 pubblicate. Va bene anche la fotonica, utilizzata per la trasmissione dei dati all’interno delle fibre ottiche, che registra 25 brevetti in più rispetto all’anno precedente, per complessive 74 invenzioni pubblicate dall’EPO nel 2020. A livello geografico, con 1506 brevetti, è la Lombardia la regione più attiva, seguita da Emilia Romagna (con 703 domande di brevetti), Veneto (con 596) e Piemonte (480). 

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Come sarà il 2022? Il 77% dei cittadini del mondo è ottimista

Il 2022 sarà un anno migliore del 2021, in quasi tutti gli ambiti che impattano sulle nostre vite. Ad affermarlo è l’ultimo sondaggio Ipsos, condotto in 33 Paesi del mondo, che ha raccolto le opinioni e il sentiment dei cittadini. Ovviamente, e non poteva che essere così dopo quasi due anni di pandemia, il principale tema è il Covid-19. Anche su questo fronte gli intervistati si dichiarano fiduciosi: il 56% delle persone coinvolte nell’indagine, a livello internazionale, crede che più dell’80% della popolazione mondiale riceverà almeno una dose di vaccino Covid nel 2022. I latinoamericani sono molto ottimisti, con cifre che salgono all’81% in Perù, al 76% in Brasile e al 69% in Cile. Gli europei sono più scettici sulla più ampia distribuzione del vaccino, dove le cifre scendono al 51% in Italia, al 42% in Francia, al 38% in Svizzera e al 33% in Germania. cittadini sono ottimisti sul fatto che il 2022 sarà un anno migliore.

Clima e ambiente, fra timori e responsabilità

Anche il cambiamento climatico è un tema molto sentito, e che incute una certa preoccupazione. La maggior parte delle persone, nei Paesi oggetto dell’indagine, crede che nel 2022 ci saranno più conseguenze del cambiamento climatico. A livello internazionale, il 60% degli intervistati ritiene più probabile la manifestazione di eventi meteorologici estremi nel proprio Paese nel 2022 rispetto all’anno appena trascorso. Questa percentuale aumenta nei Paesi Bassi (72%), in Gran Bretagna (69%), in Italia e Australia (entrambi 68%). Anche per tutelare l’ambiente, il 45% degli intervistati si aspetta che le persone ridurranno i viaggi in aereo rispetto al 2019. I cittadini asiatici sono i sono più fiduciosi, con il 68% in Cina, il 67% a Singapore e il 66% in Malesia. In Italia, invece, la percentuale è pari al 46%.

Economia e società

Per quanto riguarda l’economia, in generale i cittadini dei 33 Paesi si aspettano che i prezzi di beni e servizi aumentino in misura maggiore e più velocemente rispetto alle loro entrate (il 75%). L’opinione è condivisa appieno dagli italiani, dato che il 76% dei nostri connazionali è preoccupato dagli aumenti, mentre solo un terzo dei giapponesi (33%) vive questo timore. In media, a livello internazionale, soltanto il 35% si aspetta di vedere i mercati azionari di tutto il mondo crollare; quota che diminuisce ulteriormente in Italia (29%). Per quanto concerne la società, il 71% prevede che i centri delle città dei propri Paesi torneranno ad essere occupati man mano che le persone torneranno a lavorare regolarmente negli uffici. In Cina, 9 persone su 10 (87%) ritiene probabile che ciò accada, aspettative simili sono registrate anche in Sud America in cui il 78% in Argentina, Brasile e Colombia si aspetta un’occupazione dei centri delle città del proprio Paese. In Italia, la percentuale è leggermente superiore alla media internazionale, pari al 74%. 

Più tolleranti? Insomma…

Anche il modo di rapportarsi all’altro è stato oggetto dell’indagine. A livello globale, solo tre intervistati su dieci (28%) ritengono probabile che le persone nel proprio Paese diventino più tolleranti gli uni verso gli altri. La percentuale sale al 60% in India, ma diminuisce drasticamente in Francia (9%). In Italia è pari al 20%.

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Second hand, un trend che piace agli zinnellials

Rispettare l’ambiente, concedersi qualche sfizio extra, avere accesso a prodotti di alta gamma altrimenti impossibili da acquistare e gestire in modo corretto le risorse: sono queste, in estrema sintesi, le ragioni del successo del mercato second hand fra i giovani italiani. Gli zillennials – ossia l’universo degli under 40 appartenente alle due macrocategorie della GenZ e dei Millennials – si dimostrano dei veri e propri fan degli acquisti di seconda mano. A dirlo è una recente ricerca condotta da Bva Doxa per contro della piattaforma Wallapop, specializzata nella vendita di articoli second hand. Intitolata “GenZ&Millennials: due generazioni a confronto”, la ricerca esplora in particolare il tema della compravendita di oggetti usati mettendo a confronto le abitudini dei giovani dai 18 ai 40 anni.

Un fenomeno globale

Comprare oggetti di seconda mano è oggi un fenomeno globale: in base ai dati del report, sono ormai il il 90% degli under 40 a farlo almeno occasionalmente e oltre la metà (52%) in modo regolare. Ma quali sono le ragioni che spingono ad acquistare ogni genere di prodotti che hanno già un passato? Come riporta ancora la ricerca, ripresa da Italpress, per gli zillennials la second hand rappresenta una scelta sostenibile che rispetta l’ambiente (93%), intelligente (92%), che rende accessibili anche prodotti di alta gamma (30%) e permette di “togliersi” qualche sfizio senza costi eccessivi (28%). “Ridare vita agli oggetti” (52%) diventa però il desiderio principale di entrambe le generazioni, nell’ottica di un’economia circolare che sembra ormai far parte della vita quotidiana.

La seconda vita degli oggetti va di moda

Se sul tema della compravendita di oggetti usati entrambe le generazioni sembrano mantenere una linea comune, diversa invece la percezione del “possesso” e della “condivisione” dei propri oggetti: è infatti la GenZ a essere più propensa a condividere (30%): gli oggetti non vanno tanto posseduti, quanto usati in condivisione, il che permette anche di abbassare i costi dell’utilizzo. Oggi quindi il mercato del “second hand” è tutt’altro che fuori moda, è anzi molto più vicino al concetto di sostenibilità intelligente che sembra mettere d’accordo due generazioni apparentemente così diverse come Millennials e GenZ. “Comprare articoli di seconda mano”, commenta Giuseppe Montana, Head of Internationalization di Wallapop, “è il modo perfetto per acquistare quello di cui si ha bisogno a un prezzo più vantaggioso e assicurarsi un guadagno extra grazie agli oggetti che non si usano più. Ma è anche molto di più perchè ogni acquisto su Wallapop alimenta un consumo responsabile, allungando la vita dei prodotti ed evitando la loro sovrapproduzione”. 

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Il Black Friday in Italia si allunga e diventa Black Month

È l’Italia il paese in cui il Black Friday riscuote più successo, con una propensione all’acquisto e un budget di spesa ipotizzato superiore al resto d’Europa, e in crescita anno dopo anno. L’annuale indagine di Idealo evidenzia infatti come il 65,6% degli acquirenti online italiani sia interessato ad acquistare un prodotto durante il Black Friday. Ormai però non è solo il Venerdì Nero a essere dedicato dei supersconti, ma l’intero weekend è segnato dalle offerte. Di più, si allunga anche l’intero periodo, tanto che ormai si parla di novembre come il Black Month.

Un budget medio di 273 euro

Secondo Idealo il budget medio degli italiani online per gli acquisti durante il Black Friday è di 273 euro. La media del budget di spesa previsto è più alta per gli uomini (294 euro) rispetto alle donne (240 euro), e aumenta con l’età, più basso per i giovani tra i 18 e 24 anni (212 euro) e più alto per gli adulti tra i 55 e 64 anni (356 euro) Gli sconti del Black Friday non si palesano però solo l’ultimo venerdì di novembre, spesso cominciano già a inizio mese, tanto che gli esperti del settore parlano ormai di Black Month. Per questo è importante controllare le offerte online e offline con un certo anticipo.

I Millennials sono i più propensi agli acquisti. Soprattutto da mobile

Lo scorso anno più della metà dei consumatori italiani online (58,2%) ha dichiarato di aver acquistato un prodotto online durante il Black Friday 2020 e, tra questi, la maggior parte sono giovani. Tra gli utenti tra 18 e 24 anni, sia uomini che donne, la percentuale è infatti pari al 66,3%. Anche secondo un’indagine Shopify i più propensi agli acquisti sono soprattutto i giovani, seguita da quella 35-54 anni (92%) e dagli over 55 (78%). La Generazione Z e i Millennials faranno shopping soprattutto da mobile (66%), tramite app per lo shopping (24%) e social media (17%), in particolare, su Instagram (57%) e Facebook (46%).

Il 35,4% acquisterà anche i regali di Natale

Per quanto riguarda i prodotti, riporta Ansa, oltre a quelli di elettronica anche le console di gioco sono tra i prodotti più ‘attesi durante le giornate di sconti e promozioni, con un interesse online aumentato del +50,4% nell’ultima settimana. Gli italiani hanno anche imparato a pianificare in anticipo gli acquisti: il 69,2% dei consumatori online dichiara di prepararsi al Black Friday facendo una lista dei prodotti che interessano o prendendo nota dei prezzi. Il 35,4% degli italiani dichiara inoltre di voler acquistare regali di Natale durante Black Friday.  Secondo una ricerca promossa da Sitecore, il 40% degli italiani con meno di 44 anni effettuerà gli acquisti di Natale prevalentemente o totalmente online e il 73% prevede di acquistare almeno un regalo durante il Black Friday.

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Durante la pandemia più riparazioni domestiche fai-da-te

Durante i periodi di lockdown gli italiani hanno approfittato per dedicarsi a piccole riparazioni e lavori domestici. In particolare, il 50% di loro ha dato nuova vita ai mobili di casa, modificandoli e rendendoli adatti a stili e usi diversi, mentre il 65% si è scoperto molto più attento al riutilizzo degli oggetti. Da questo punto vista, Roma batte Milano con il 69% dei “riciclatori” contro il 54% di Milano, e le donne battono gli uomini, con una quota del 71% contro il 58%.
Si tratta di alcuni dati emersi dallo studio Gli italiani e il Diy, commissionato da TaskRabbit, la piattaforma di problem solving nel fai-da-te, e condotto da Mps Research.

Con i lockdown gli italiani hanno imparato ad ‘arrangiarsi’

Se durante il lockdown gli italiani hanno imparato ad ‘arrangiarsi’, le attività che hanno preferito variano da uomo a donna. In testa, per gli uomini, le riparazioni elettriche (52%), quasi a pari merito con il montaggio mobili (51%). Le donne invece hanno scelto il giardinaggio (54%).
Secondo il sondaggio, inoltre, il 55% delle donne si sente a proprio agio nello sfoggiare le proprie abilità con il fai-da-te, e per mettersi al lavoro ha bisogno solo dell’aiuto dei tutorial di YouTube.

I Millennial sono più ecosostenibili nei lavori in casa

In ogni caso, nel fai-da-te sostenibile vincono i Millennial: il 54% di loro preferisce acquistare prodotti ecosostenibili, e i maschi, con il 58%, sono più sensibili delle femmine (44%) al tema dell’ecosostenibilità, adottando più volentieri soluzioni per aumentare il risparmio energetico domestico (63%). Risultano poi alte anche le attenzioni dei Millennial per gli oggetti e i mobili realizzati con materiali naturali, o prodotti da aziende che rispettano la natura (54% contro il 49% del dato nazionale). Quanto a chiedere un supporto esterno per l’esecuzione dei lavori, se a livello nazionale il 45% degli intervistati si affida a un amico o a un parente per i traslochi i Millennial preferiscono avvalersi di un professionista in caso di guasti elettrici (56%).

C’è chi non ripara, butta e sostituisce

Quando è stato chiesto agli intervistati di nominare la vite migliore per un mobile ben fatto però solo il 34% conosceva la risposta corretta, ovvero, la vite a brugola, il tipo più utilizzato per i complementi di arredo. Il 36% degli italiani poi ha dichiarato che se un elettrodomestico si rompe lo cambia senza pensare a una possibile riparazione, e se il 30% afferma che in caso di rottura preferisce buttare il mobile il 33% preferisce sostituirlo se non gli piace più.

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La casa dei sogni ha terrazzo, barbecue, spa e sala cinema

Com’è la casa dei sogni per gli italiani? È un luogo che ospita spazi da dedicare al divertimento, al relax, ma anche al lavoro. Per un italiano su due la casa dei sogni innanzitutto deve avere un terrazzo con la zona barbecue, un tavolo per mangiare insieme ad amici e parenti e qualche sdraio per rilassarsi all’aperto. E all’interno, non deve mancare anche un’ampia cabina armadio, con gli opportuni spazi dedicati a vestiti, borse e scarpe, anch’essa desiderata da quasi una persona su due, soprattutto dalle donne, che raggiungono una percentuale del 58% rispetto al 32% degli uomini. Secondo quanto emerge dal sondaggio di YouGov per ManoMano, l’e-commerce europeo del fai da te, giardinaggio e arredo casa, un italiano su quattro (26%) dichiara però di vivere già nella casa dei sogni. E chi abita in una casa che non soddisfa completamente le aspettative, per migliorarla si accontenta di piccoli aggiustamenti piuttosto che effettuare cambiamenti radicali.

Una sala cinema, una per i giochi, e una stanza segreta, come nei film

Se il 49% desidera un terrazzo e il 46% una cabina armadio, molto spazio, concreto o ideale, dovrebbe essere dedicato alla fruizione dell’intrattenimento. Adesso che la casa è diventata uno spazio multifunzione gli italiani sembrano infatti orientati verso un intrattenimento fai da te. Tra le soluzioni dei sogni spiccano una sala cinema con maxischermo e comode poltrone (28%), oppure una sala giochi con tavolo da biliardo/da carte o adatto ai giochi di società (21%) O ancora, la creazione di una stanza segreta, come quelle che siamo abituati a vedere nei film, nascosta dietro una libreria per avere del tempo per sé stessi e le proprie passioni (24%).

Una spa casalinga con sauna e idromassaggio, e una palestra

Se sono soprattutto uomini e giovani (18-35 anni) a prediligere le stanze dedicate e progettate per svago e intrattenimento, per il 40% degli italiani, di cui il 45% donne e il 35% uomini, sarebbe un vero e proprio sogno potersi dedicare a sessioni di relax nella spa casalinga con sauna, idromassaggio e bagno turco. Il tempo trascorso in casa e l’impossibilità di praticare attività sportiva all’aperto ha spinto poi i giovani tra i 18 e i 35 anni a desiderare anche una palestra attrezzata con tutto il necessario per allenarsi (33%) e tornare in forma dopo i lockdown.

Emerge la necessità di un ufficio/studio dove poter lavorare

Ma nella casa dei sogni non ci sono solo divertimento e relax. Oltre una persona su 4 (27%) vorrebbe infatti poter contare su un ufficio/studio, chiaro segno di come la DAD e lo smart working abbiano influito sulla riorganizzazione degli spazi abitativi. Questi desideri sono in parte il frutto di come la pandemia abbia influito sul modo di abitare la propria casa. In particolare, riporta Ansa, l’uso della cucina è aumentato per una persona su 3 (33%), soprattutto tra chi ha oltre 55 anni (42%). Così come è aumentato il tempo che si trascorre nelle zone all’aperto della propria casa, come balcone, terrazzo o giardino (29%).

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La scuola italiana è inadeguata a formare al mondo del lavoro

Riaprono le scuole, e gli studenti tornano in aula riprendendo le lezioni in presenza, anche grazie all’adozione del green pass per il personale scolastico. Tuttavia, secondo gli italiani, l’attuale sistema scolastico merita appena la sufficienza, ed è inadeguato a formare gli studenti al mondo del lavoro. Il report Gli italiani e la scuola, condotto da Ipsos per conto di #FragilItalia – l’Osservatorio di AreaStudi Legacoop, rileva infatti che gli italiani promuovono il sistema scolastico per un soffio, con un voto medio di 6,3. I problemi principali? Programmi di studio obsoleti, dotazioni tecnologiche inadeguate, scarsa motivazione dei docenti, edilizia scolastica, e classi sovraffollate. Ma soprattutto, lo ritengono incapace di fornire competenze adeguate al mercato del lavoro, e ne ravvisano le differenze qualitative tra le diverse aree del Paese e tra grandi città e provincia.

Una valutazione poco più che sufficiente

Nella valutazione media complessiva del sistema scolastico italiano esistono comunque differenze rispetto ai diversi livelli di istruzione. Il voto più alto degli italiani va all’Università (6,6), seguita dalla scuola dell’infanzia (6,5) e dalle scuole elementari (6,4), mentre gli asili nido ottengono un 6,2, e il voto più basso, 6, sotto la media complessiva del 6,3, va alle scuole medie e alle scuole superiori. Le principali carenze della scuola vengono riscontrate nei programmi di studio obsoleti e troppo teorici (52%), nelle dotazioni tecnologiche inadeguate (50%), nella scarsa motivazione dei docenti (50%), nell’edilizia scolastica (47%), e nelle classi sovraffollate (39%).

Le scuole migliori sono nelle grandi città del Nord 

Netta la valutazione sulla qualità del sistema scolastico in relazione ai diversi contesti geografici e demografici. Per il 59% degli intervistati le scuole migliori sono al Nord (con punte del 92% tra gli intervistati de Nord Est e dell’82% tra quelli del Nord Ovest), mentre solo il 5% si esprime a favore delle scuole del Sud (per il 25% non ci sono differenze). Inoltre, per il 52% le scuole migliori sono nelle grandi città (con punte del 60% tra gli under 30 e nel Nord Ovest), mentre solo il 15% opta per la provincia (per il 33% non ci sono differenze).

Il mismatch tra imprese e formazione tecnico-professionale

I giudizi critici si estendono anche alla capacità del sistema scolastico di fornire competenze adeguate al mercato del lavoro. Quanto al rapporto tra istruzione secondaria superiore e mondo del lavoro, il report evidenzia un sostanziale equilibrio, a livello nazionale, tra percorso liceale (50,8% degli studenti nell’anno scolastico 2019-2020) e percorso tecnico-professionale (49,2%), con differenze marcate in alcune regioni. Esiste però un mismatch tra le imprese e la formazione scolastica tecnico-professionale. E se per industria e agroalimentare c’è una sostanziale corrispondenza, nel terziario, a fronte del 53,3% dell’occupazione, la quota di studenti impegnati nello specifico percorso di istruzione è del 44,5%. Dinamica opposta nel turismo, dove la quota di studenti (15,6%) supera quella dei lavoratori (9,5%).

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Il Sud Italia in 25 anni ha ‘perso’ 1,6 milioni di giovani

La riduzione degli occupati e i deficit di lungo corso negli ultimi 25 anni hanno determinato al Sud un continuo e progressivo calo del Pil ampliando ulteriormente il divario con le altre aree del Paese. Di fatto, si tratta di una conseguenza della perdita di popolazione, soprattutto giovanile, e quantificabile in -1,6 milioni, e da gap strutturali quali, in particolare, un eccesso di burocrazia, l’illegalità diffusa, carenze infrastrutturali e una minore qualità del capitale umano. È quanto emerge da un’analisi condotta dall’Ufficio Studi Confcommercio sul tema ‘economia e occupazione al Sud dal 1995 a oggi’.

Il Pil pro capite al Sud è la metà del Nord

In 25 anni, infatti, il peso percentuale della ricchezza prodotta dall’area meridionale (Pil) sul totale del territorio italiano si è ridotto di due punti, passando da poco più del 24% nel 1995 al 22% del 2020. Il Pil pro capite invece non ha subito variazioni, ed è sempre rimasto circa la metà di quello prodotto dal Nord Italia. In particolare, nel 2020 è risultato pari a 18.200 euro, contro 34.300 euro del Nord-Ovest e 32.900 euro del Nord-Est.

Il Mezzogiorno registra un crollo della popolazione giovanile

Se nel complesso l’Italia perde 1,4 milioni di giovani nel periodo considerato, ovvero, da poco più di 11 milioni (1995) a poco meno di 10 milioni (2020), si tratta principalmente di giovani meridionali. Mentre nelle altre ripartizioni il livello assoluto, così come la quota di giovani rispetto alla popolazione di qualsiasi età, restano più o meno costanti, nel Mezzogiorno si registra un crollo. Rispetto al 1995, al Sud mancano oltre 1,6 milioni di giovani. In queste condizioni, anche l’eventuale, sebbene improbabile, rapida risoluzione del problema della produttività potrebbe risultare insufficiente a migliorare il processo di costruzione di benessere economico/sociale del Mezzogiorno, almeno in termini aggregati.

PNRR, risorse destinate al Sud per sviluppare e innovare le infrastrutture

Se il Prodotto interno lordo del Sud in poco più di venti anni è passato da oltre il 24% al 22% sul totale del Paese le ragioni sono molteplici, ma per Confcommercio le principali sono due, riporta Italpress. Ovvero, la decrescente produttività totale dei fattori, conseguenza dei gap di contesto che affliggono le economie delle regioni meridionali, e la riduzione degli occupati, conseguenza della riduzione della popolazione residente.
“Rilancio dell’economia, grazie ai vaccini, e piano nazionale di ripresa sono un’opportunità irripetibile per il nostro Mezzogiorno – commenta il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli -. In particolare, le risorse del PNRR destinate al Sud, circa 82 miliardi, permettono di sviluppare e innovare le infrastrutture di quest’area. E migliori infrastrutture significano anche migliore offerta turistica, la straordinaria risorsa del Meridione”.

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Università italiane, la classifica del Censis

Ritorna anche quest’anno l’appuntamento con le classifiche delle università italiane elaborate dal Censis, analisi basata sulla valutazione degli atenei (statali e non statali, divisi in categorie omogenee per dimensioni) in relazione a strutture disponibili, servizi erogati, borse di studio e altri interventi in favore degli studenti, livello di internazionalizzazione, comunicazione e servizi digitali, occupabilità. A questa classifica si aggiunge il ranking dei raggruppamenti di classi di laurea triennali, dei corsi a ciclo unico e delle lauree magistrali biennali secondo la progressione di carriera degli studenti e i rapporti internazionali.

Atenei statali, i top dai mega ai piccoli

Tra i mega atenei statali (quelli con oltre 40.000 iscritti) nelle prime due posizioni si mantengono stabili, rispettivamente, l’Università di Bologna (punteggio complessivo di 91,8) seguita dall’Università di Padova (88,7). Scendendo nella classifica troviamo La Sapienza di Roma (85,5), e l’Università di Firenze (85,0). Tra i “grandi” (atenei da 20.000 a 40.000 iscritti) la medaglia d’oro è confermata a Perugia (93,3), seguita da Salerno, che sale ben di 6 posti (91,8), e quindi dall’Università di Pavia (91,2). Per quanto riguarda i medi (da 10.000 a 20.000 iscritti) anche quest’anno l’Università di Trento è pima nella classifica (97,3), mentre il secondo e il terzo posto sul podio spettano rispettivamente a Siena (94,0) e Sassari (92,8). Nella classifica dei piccoli atenei statali (fino a 10.000 iscritti) difende la prima posizione l’Università di Camerino (98,2), seguita dall’Università di Macerata (86,5). Scalano la classifica due atenei laziali, l’Università di Cassino (84,7) e l’Università della Tuscia (84,3).

Privati, la Bocconi si conferma al vertice

Tra i grandi atenei non statali (oltre 10.000 iscritti) è in prima posizione anche quest’anno l’Università Bocconi (96,2), seguita dall’Università Cattolica (80,2). Tra i medi (da 5.000 a 10.000 iscritti) è la Luiss a collocarsi in prima posizione, con un punteggio pari a 94,2, mentre la Lumsa ha totalizzato 85,8.

Immatricolazioni e quote rosa in crescita

Nei mesi scorsi si è temuto un “effetto Covid” sulle immatricolazioni, previste in calo. Ma così non è stato. Nell’anno accademico 2020-21 si è registrato un aumento del 4,4%  degli iscritti, confermando così una tendenza in crescita che si ripete da 7 anni. Calcolato sulla popolazione diciannovenne, il tasso di immatricolazione ha raggiunto quota 56,8%. Un altro dato che balza agli occhi è la crescita delle ragazze. Nel 2020, a fronte di un tasso di immatricolazione maschile pari a 48,5%, quello femminile è stato del 65,7%. Per le femmine si è registrato un incremento annuo del 5,3% rispetto al +3,3% dei maschi immatricolati. Che facoltà preferiscono le ragazze? Ancora quelle dell’area disciplinare Artistica-Letteraria-Insegnamento, con il 77,7% di studentesse immatricolate, mentre l’area Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics) totalizza il 39,4% delle iscrizioni, anche se in crescita anno su anno.

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Guardare lo smartphone induce negli altri un’imitazione “contagiosa”

Guardare gli altri che guardano lo schermo dello smartphone è altamente ‘contagioso’, e rientra nei cosiddetti fenomeni di mimica spontanea, un po’ come l’impulso di sbadigliare quando vediamo sbadigliare qualcuno, o ridere se anche altri ridono. Si dice infatti che la risata è contagiosa, e a quanto pare lo è anche lo smartphone. Nel caso del telefonino l’imitazione del comportamento altrui si manifesta entro 30 secondi, al di là delle differenze di genere, età o livello di familiarità delle persone, che siano estranei, conoscenti, amici o parenti. Lo ha rivelato uno studio condotto da un team di ricercatori dell’università di Pisa, e pubblicato sul Journal of Ethology.

L’imitazione è un fenomeno biologico che accresce la familiarità tra i soggetti

“La mimica spontanea come il contagio della risata o dello sbadiglio, è un fenomeno biologico che accresce la familiarità tra i soggetti avendo un ruolo nello sviluppo delle relazioni sociali – ha spiegato Veronica Maglieri dottoranda dell’ateneo pisano -. Ma in questo caso, sembra produrre un risultato opposto, poiché attivando la nostra necessità di usare il cellulare anche quando siamo in compagnia, ci allontaniamo dalla realtà che stiamo vivendo e veniamo traghettati verso una realtà completamente virtuale, anche se siamo circondati da persone fisiche”.

Il primo approccio etologico di uno studio sull’uso dei telefonini

Si tratta della prima ricerca che applica un approccio etologico all’uso dei telefonini. Per realizzare lo studio, spiega una nota, i ricercatori hanno osservato gruppi di persone ignare della ricerca controllando il loro comportamento dopo essere stati esposti a due diversi stimoli. Nel primo caso gli sperimentatori hanno preso il loro smartphone e lo hanno manipolato per almeno cinque secondi guardando direttamente lo schermo illuminato. Nell’altro caso hanno eseguito esattamente le stesse azioni fatta eccezione per lo sguardo, che non è stato diretto verso lo schermo illuminato, ma altrove, spostando quindi l’attenzione dallo schermo, riporta una notizia Ansa.

L’imitazione si manifesta entro 30 secondi

Il risultato dello studio, ha spiegato l’ateneo pisano in una nota, “è stato che nel primo caso, con un’altissima frequenza, le persone prendevano i loro smartphone e si mettevano a guardarli entro 30 secondi, mentre la mera manipolazione del telefonino non è sufficiente a evocare un fenomeno di mimica spontanea”. Secondo i ricercatori la molla che fa scattare il contagio è dunque l’attenzione. In pratica, la “dipendenza” dallo schermo del telefonino si propaga anche a chi è nelle vicinanze. Un aspetto, questo, su cui forse sarebbe necessaria un’ulteriore riflessione.