post

Il 90% degli italiani legge le etichette alimentari prima di acquistare

Un’abitudine consolidata per il 90% dei consumatori italiani: guardare l’etichetta dei prodotti alimentari prima di acquistarli. Un segno tangibile di un cambiamento culturale e di uno stile di vita più sano, perché prestare attenzione all’etichetta significa scoprire la data di scadenza dei prodotti (75%), la provenienza geografica (61%) e l’assenza di prodotti ‘dannosi’ per la salute (47%). È quanto emerge da una ricerca di Banco Fresco, la catena food presente in Lombardia e Piemonte. Tra le etichette più ‘convincenti’, la ricerca segnala quelle con le diciture ‘senza antibiotici’ (59%), ‘senza conservanti’ (53%), seguite da ‘senza zuccheri’ e ‘senza polifosfati’, entrambe al 29%.

Sale il livello di preparazione sul sistema di etichettatura

La salute, dunque, viene prima della dieta. Basti pensare che il 52% dei consumatori individua negli additivi le sostanze ritenute più dannose, più del sale (12%), dello zucchero (12%) e dei grassi in generale (11%). Secondo l’indagine, risulta alto anche il livello di preparazione circa il sistema di etichettatura. Quello attuale è ritenuto abbastanza chiaro dal 78% del campione, anche se ci sono ancora lacune da colmare, come la conoscenza del significato corretto della dicitura ‘Consumare entro…’, che solo un terzo dei consumatori ha dimostrato avere ben chiaro, riferisce Ansa.

Più attenzione alla salute

Gli italiani, quindi, sono sempre più attenti alla propria salute, e non solo dal punto di vista dell’alimentazione, ma anche da quello sportivo. Il 64% fa infatti sport abitualmente o saltuariamente, e il 92% prova a seguire una dieta abbastanza sana ed equilibrata. E questo si vede anche dalle abitudini di acquisto durante la spesa, dato che la maggior parte degli italiani (62%), come primo fattore guarda l’etichetta e i relativi ingredienti dei prodotti, perché il ‘contenuto’ supera il valore del marchio, nonché le attività di promozione e scontistica. Tanta, poi, anche l’attenzione al Made in Italy e all’indicazione geografica dei cibi (DOP, DOC, DOCG, IGP), che per l’81% costituisce un elemento determinante al momento dell’acquisto.

Evitare gli sprechi, anche dopo la data di scadenza

Solo un quarto del campione però non è a conoscenza della regola secondo cui gli ingredienti sono elencati dal più al meno presente, ma più della metà sa esattamente quali sono gli elementi obbligatori per legge che devono figurare su tutte le etichette alimentari (ingredienti, scadenza, presenza di allergeni, quantità netta, valori nutrizionali, provenienza geografica).  Ma il consumatore italiano è anche attento a evitare gli sprechi. La ricerca di Banco Fresco rivela che giunti alla data di scadenza, prima di buttare via i prodotti, i consumatori nel 60% dei casi controllano che le proprietà organolettiche non siano variate, e quindi, se possibile, preferiscono consumare l’alimento. D’altronde gli italiani sono già abituati a controllare da soli la bontà dei prodotti. Nel 94% dei casi quando si tratta di frutta e verdura la preferenza ricade sui prodotti ‘sfusi’.

post

I giovani passano sempre più tempo davanti ai device

I genitori sono preoccupati: l’87% di loro ha riscontrato sui propri figli effetti negativi dovuti a un ricorso sempre maggiore della tecnologia nella vita quotidiana. Dalla ricerca condotta dall’Istituto Piepoli per conto del Moige, il Movimento italiano genitori, emergono dati preoccupanti sul fenomeno: da quando è scoppiata l’emergenza pandemica, escluso l’impegno per la DAD, il tempo trascorso dai ragazzi davanti ai device tecnologici è aumentato del 67% (+48% nel nord ovest, +71% nel nord est, +71% al centro, +74% al sud, +76% nelle isole)
Un altro dato significativo emerso è quello delle conseguenze dovute all’aumento del ricorso al digitale sui rapporti sociali tra i bambini e gli adolescenti. Il 52% dei genitori, infatti, ha segnalato la perdita del contatto fisico con gli altri coetanei.

Effetti negativi soprattutto sui ragazzi delle isole
A livello territoriale, la ricerca segnala come i giovani delle isole abbiano maggiormente risentito dell’aumento di utilizzo di device. Addirittura il 94% degli intervistati ne ha riscontrato gli effetti negativi, mentre il 77% riconosce che l’uso dei device ha compensato la mancanza di relazioni aiutando i figli ad affrontare la chiusura forzata e mantenere così le relazioni sociali. Per questo motivo è partito da Ravenna il web tour del progetto Comunità in rete contro i cyber risk, promosso dal Moige, con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Un progetto contro il cyberbullismo
La campagna coinvolgerà 400 scuole primarie e secondarie di I e II grado sul territorio italiano, oltre a studenti, Giovani Ambasciatori, docenti e genitori degli studenti con l’obiettivo di diffondere una cultura digitale per sensibilizzare sui rischi connessi a un uso improprio delle nuove tecnologie.
Il progetto ha inoltre lo scopo di supportare i ragazzi nell’acquisizione di competenze per una gestione costruttiva dei conflitti interpersonali, fornire alle famiglie una formazione digitale consapevole per fronteggiare i pericoli della rete, contrastare il fenomeno delle fake news e informare l’opinione pubblica per contrastare la trasmissione, anche involontaria, di comportamenti devianti ai minori.

Studenti in prima linea per promuovere l’uso corretto del web
Gli studenti saranno protagonisti in prima linea per promuovere l’uso corretto del web, e verrà messo a disposizione delle scuole anche il Centro mobile digitale, una piattaforma con contenuti realizzati da esperti raggiungibili in qualsiasi momento.
Anche i Comuni prenderanno parte all’iniziativa, tramite la creazione di uno sportello territoriale per integrare i servizi di supporto e welfare nelle scuole, integrando la presenza di figure specializzate a fronteggiare tempestivamente fenomeni di bullismo e cyberbullismo.

post

Mutui: cosa e come scegliere oggi?

Non esiste il mutuo ideale, ma il mutuo migliore per ognuno, calibrato sulla base della personalità e della disponibilità economica. Prima di accendere un mutuo sono tanti gli aspetti da valutare. In linea di massima, il rapporto tra rata del mutuo e reddito mensile non deve essere superiore al 30%, limite oltre il quale si ritiene che il pagamento non sarebbe sostenibile. Ma è meglio non limare l’importo all’indispensabile, perché il mutuo è il finanziamento meno costoso di tutti, nonché l’unico fiscalmente detraibile. Può essere vantaggioso sfruttarlo il più possibile, soprattutto in anni in cui i tassi di interesse applicati sono molto convenienti.

La durata ideale

Bisogna considerare che i costi di un mutuo crescono all’aumentare dell’LTV (Loan To Value, il rapporto tra importo del finanziamento e valore dell’immobile posto a garanzia). Se possibile, meglio evitare le soglie percentuali che comportano una spesa maggiore, quando non indispensabile. Ad esempio, chiedere un mutuo al 100%, cioè che copra l’intero valore dell’abitazione, è possibile, ma avrà un costo superiore. C’è però chi preferisce rimborsare il debito nel più breve tempo possibile, risparmiando sugli interessi, e chi privilegia una durata maggiore, in modo che la rata più bassa incida il meno possibile sulla qualità della vita. Prima di accendere un mutuo bisogna valutare però se si hanno i requisiti necessari. Alcuni sono di tipo legale, poi ci sono i requisiti di tipo economico, che la banca esamina in fase di istruttoria per accertare la capacità di rimborso del mutuatario.

Tasso: fisso o variabile?

Di fronte alla richiesta di mutuo la scelta fondamentale è tasso di interesse: fisso o variabile? Il primo prevede una rata costante per tutta la durata del piano di rimborso, il secondo comporta una rata variabile in base all’andamento dei mercati finanziari, ed è quindi più rischioso. A seconda del costo del denaro, la rata aumenta oppure diminuisce. Il tasso di interesse nasce dalla somma di due componenti: il tasso interbancario di riferimento (Irs per il fisso, Euribor per il variabile), ovvero il tasso a cui le banche stanno pagando il denaro in quel momento, e lo spread. Quest’ultimo rappresenta la percentuale che ogni banca decide di aggiungere al costo del denaro come proprio ricavo. Più è basso, più bassi sono gli interessi da pagare.

Quanto costa un mutuo?

Oltre agli interessi da pagare, riporta Adnkronos, ci sono altri costi che accompagnano un’operazione come il mutuo, dall’apertura alla gestione ordinaria. Tra questi, spese di istruttoria, perizia, atto notarile, polizze e imposte, per citare le principali. Cifre che vanno ovviamente considerate, quando bisogna valutare il costo di un finanziamento per l’abitazione. Per questo c’è il TAEG (Tasso Annuo Effettivo Globale, detto anche ISC – Indicatore Sintetico di Costo), ovvero il parametro che indica il costo globale del mutuo, incluse tutte le spese accessorie. Il modo più immediato per confrontare le diverse offerte di mutuo, perché riassume in una sola cifra tutte le voci di costo.

post

Lavoro: emergenza giovani, occorre ridurre mismatch tra domanda e offerta

Nel panorama europeo, l’Italia ha il minor tasso di occupazione degli under 40, il 32% (contro una media in Europa del 41%), con una contrazione degli occupati in questa fascia d’età che ha toccato i due milioni dal 2011 a oggi. Un trend che permane negli anni, e che la pandemia ha contribuito ad acuire, sebbene nel secondo trimestre 2021 siano stati 233.500 i posti vacanti nell’industria e nei servizi, con un costo annuo generato dal mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro stimato dal Censis in 21 miliardi di euro, l’1,2% del Pil. Ma come ridurre mismatch tra domanda e offerta di lavoro? Alla questione cerca di rispondere un focus realizzato dalla Fondazione studi consulenti del lavoro. 

Stabilire un rinnovato sistema di formazione dei lavoratori

Il focus, dal titolo L’emergenzialità della questione giovanile, mette a sistema la scarsa offerta di formazione tecnica (sono solo 116 gli Its sul territorio nazionale), con le criticità lamentate dalle aziende in fase di reclutamento e le basse retribuzioni in ingresso dei giovani. Secondo i consulenti del lavoro sarebbe quindi opportuno stabilire un rinnovato sistema di formazione dei lavoratori, e in parallelo, procedere alla definizione di un sistema nazionale di certificazione delle competenze, che garantisca ai singoli la possibilità di mettere in trasparenza, anche attraverso la blockchain, le esperienze di apprendimento ottenute.

Avvicinare i ‘pandemials’ alle nuove esigenze delle aziende

E ancora, investire in formazione tecnica, a livello secondario e terziario, per avvicinare l’offerta di lavoro, soprattutto per i ‘pandemials’, i giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni, alle nuove esigenze delle aziende. Stage, tirocinio e apprendistato possono quindi rappresentare, secondo i dati contenuti nel focus, strumenti di raccordo tra momento formativo e mondo del lavoro, anche in una visione prospettica di rilancio e consolidamento di vantaggi competitivi e duraturi per il Paese.

Investire nella promozione delle competenze Stem

È urgente pertanto, riferisce Adnkronos, investire nella promozione delle competenze Stem e nell’istruzione professionale per creare profili facilmente assorbibili dal mercato. Colmare il divario che tiene distante chi cerca e chi offre lavoro è infatti necessario, sia per rendere più competitive le aziende italiane sia per invertire quella tendenza che vede crescere i Neet (acronimo inglese di Neither in Employment or in Education or Training, ovvero coloro che non sono impegnati nello studio, né nel lavoro né nella formazione), e il ricorso ai sussidi pubblici.

Quali autorizzazioni servono per avviare un salone da parrucchiere?

Certamente il settore bellezza ed estetica oggi è tra quelli in grado di garantire la sicurezza di un ritorno economico per gli imprenditori.

Nessuno infatti può fare a meno di un parrucchiere o barbiere per tagliare e sistemare i capelli nel corso dell’anno. Inoltre tantissime persone oggi sono abituate ad usufruire periodicamente di servizi di bellezza come quelli proposti nei centri estetici, o che possono riguardare semplicemente la cura delle mani e dei piedi, sia per quel che riguarda le unghie che per altro.

Dunque parliamo di un settore in cui la clientela è garantita, a patto chiaramente di essere bravi nel riuscire a fidelizzare il cliente e fare in modo che torni più volte anche in futuro. Una delle domande che ci si pone tra le prime in assoluto quando si desidera avviare questo tipo di attività è quella inerente le eventuali autorizzazioni necessarie per poter avviare un salone da parrucchiere.

I dubbi riguardano infatti sicuramente l’iter burocratico ma anche la parte economica che concerne l’investimento necessario e tutte quelle piccole cose che possono essere utili per fare la differenza.

Avviare un salone da parrucchiere: l’iter burocratico

Per avviare un salone da parrucchiere è necessario seguire il seguente iter burocratico, in ordine cronologico:

Aprire la partita IVA

Iscriversi presso il registro delle imprese della Camera di Commercio

Comunicare al comune di residenza l’avvio dell’attività

Regolarizzare la propria posizione con l’Inps e l’INAIL

Effettuare eventuali lavori di ristrutturazione nei locali

Mettere a norma gli impianti elettrici e idrici

Ottenere il nulla osta della ASL di competenza per quel che riguarda igiene e sicurezza

Pagare il canone RAI se nei locali esiste una TV

Va ricordato inoltre che l’imprenditore che avvia questa attività deve necessariamente essere in possesso della licenza e del titolo di studio che consente di poter operare in qualità di parrucchiere, così come tutti i suoi collaboratori.

I costi da considerare

Chiaramente una delle voci più importanti, quella che può far eventualmente desistere dall’idea di avviare un salone da parrucchiere, è quella relativa ai costi da sostenere.

Questi possono anche essere non indifferenti ed è giusto per questo motivo esaminarli uno per uno in anticipo. Cominciamo con il dire che l’affitto dei locali è la prima voce di spesa da considerare. L’importo chiaramente è variabile in base alle dimensioni dei locali prescelti e della zona in cui ci si trova.

Vanno considerati poi i costi relativi ad eventuali ristrutturazioni dei locali o messa a norma degli impianti idrici ed elettrici. Certamente bisogna pensare poi a tutto quel che riguarda gli arredi e le forniture per parrucchieri.

Nel caso in cui si pensa di assumere sin dall’inizio del personale, vanno considerati in questo caso anche gli stipendi ed i relativi contributi pensionistici da versare. In linea di massima, possiamo dire che avviare un salone da parrucchiere costa all’incirca tra i 30000€ ed i 50000€.

Questi dunque i costi da considerare se si desidera avviare una attività di salone da parrucchiere.

In seconda analisi, dunque in un momento successivo, potrebbe presentarsi anche la necessità di aprire un sito internet, il cui costo può oscillare tra le 500€ e le 1000€, oppure fare inizialmente un po’ di attività di volantinaggio per far scoprire a tutti la propria attività nel quartiere.

Conclusione

Se stai pensando dunque di diventare un imprenditore ed operare nel settore estetica e bellezza avviando un salone da parrucchiere, adesso sai che l’iter burocratico da seguire per l’avvio della tua nuova attività è quello qui presentato.

Inoltre, hai adesso a disposizione uno specchietto dei costi molto affidabile che puoi considerare quando formulerai il tuo business plan.

post

Cibo Made in Italy, boom per l’export

Il Made in Italy è sempre una certezza, a maggior ragione se si tratta di cibo. L’agroalimentare tricolore, infatti, ha registrato un vero e proprio boom nel 2021, raggiungendo i 50 miliardi di euro con una crescita di valore del 15% rispetto al 2019 e dell’11% sul 2020. “Più cibo italiano sulle tavole di tutto il mondo. L’effetto della pandemia, nei due anni tra 2020 e 2021, ha consentito all’agroalimentare made in Italy di incrementare la propria presenza meglio di quanto abbiano fatto molti avversari commerciali”: si apre così il servizio che il settimanale economico del Gambero Rosso, “TreBicchieri”, dedica all’agrifood. 

Pasta, olio, formaggi e vini superstar

I prodotti vincenti delle esortazioni sono stati prodotti quali la pasta, l’olio extravergine d’oliva, i formaggi, il vino, quest’ultimo definito come un “vero alfiere e protagonista” di una performance che lo ha portato a totalizzare bel oltre i 7 miliardi di euro, riporta una nota di Agi. E la sesta edizione del forum Agrifood monitor promosso da Nomisma con Crif, sistemi di informazioni creditizie, riferisce di una  “performance sorprendente” per il settore. E il 2021 viene definito “un anno straordinario per l’export italiano” secondo il giudizio di Denis Pantini, responsabile agroalimentare di Nomisma, proprio “grazie ad una crescita che ha coinvolto tutti i prodotti, portando a incrementi della quota di mercato dell’Italia in molti mercati mondiali”.

Le esportazioni in valore

In base ai dati raccolti, l’Italia ha visto aumentare nel corso del 2021 e rispetto al 2019 il suo peso a valore all’interno dei più importanti Paesi importatori, passando da 15,4% a 16% in Svizzera, da 7,8% a 8,7% in Germania, da 8,3% a 8,7 % in Francia, da 5,6% a 6,3% in Uk, da 4,4% a 4,7% in Australia, dal 3,1% al 3,5% in Russia. Stabili gli Usa (3,5%) mentre si perde qualcosa nel rapporto con la Cina, che passa dal 2% all’1,9%, soprattutto perché i cinesi, che hanno incrementato l’import in periodo pandemico di oltre il 45%, hanno acquistato in prevalenza commodity agricole, che non rappresentano il core business italiano, fatto invece di prodotti trasformati e lavorati.

I prodotti che fanno da traino

I prodotti che hanno fatto da traino sono stati vino, salumi e formaggi. Il vino si conferma il bene italiano in assoluto piu’ esportato, con una quota del 14% e un incremento a valore del 12,7% sul 2020 e del 10,3% sul 2019. Pertanto l’Italia, nell’agrifood, ha fatto meglio di altri importanti Paesi europei, come Francia e Germania, rimasti sotto il 10% (con crescite rispettive di +8% e +4%). Il nono posto, invece, l’Italia se lo aggiudica per valore dell’export agroalimentare mondiale, in una classifica che vede ai primi 5 posti gli Usa (148,6 mld), i Paesi Bassi (103,1%), il Brasile (83 mld), la Germania (75,4 mld) e la Francia (68,3 mld).

post

Plastica, cittadini nel mondo d’accordo sul no al monouso

I cittadini del mondo sono sempre più sensibili rispetto ai temi ambientali: e la questione plastica è uno degli argomenti più scottanti, proprio per la difficoltà di smaltire correttamente questo materiate. Resta il fatto che, a livello globale, quasi 9 persone su 10 sono favorevoli all’introduzione di un trattato vincolante, a livello internazionale, per contrastare l’inquinamento da plastica e quasi 8 persone su 10 concordano sul fatto che la plastica monouso dovrebbe essere vietata il più presto possibile. Lo rivela l’ultimo sondaggio internazionale di Ipsos, condotto in 28 paesi e realizzato in collaborazione con Plastic Free July, che ha indagato il punto di vista dell’opinione pubblica su diverse questioni riguardo l’utilizzo della plastica.

Sì a un trattato internazionale

In media, nei 28 Paesi esaminati, l’88% degli intervistati crede sia essenziale, molto/abbastanza importante avere un trattato vincolante, a livello internazionale, per contrastare l’inquinamento da plastica. In generale, l’America Latina (LATAM) e il Medio Oriente/Africa, insieme ai Paesi BRIC, mostrano i più alti livelli di accordo sull’importanza di un trattato internazionale.  In Italia, la percentuale è maggiore rispetto alla media internazionale: il 94% dei cittadini ritiene fondamentale avere un trattato per contrastare l’inquinamento da plastica. Ancora, gli intervistati si dimostrano sensibili nei confronti dei packaging. In tutti i Paesi coinvolti nell’indagine, una media dell’82% delle persone è d’accordo nel voler comprare prodotti che usino meno imballaggi di plastica possibile. In generale, l’America Latina mostra i livelli più alti d’accordo seguita dalle Nazioni BRIC. Al contrario, il Nord America e i Paesi del G-8 mostrano un livello di consenso più basso.  In Italia, l’86% dei cittadini afferma di essere intenzionata ad acquistare prodotti che utilizzino minor quantità di plastica nel packaging.

Divieti e riciclo

Una media del 75%, in tutti i Paesi esaminati, concorda sul fatto che la plastica monouso dovrebbe essere vietata il più presto possibile. I Paesi dell’America Latina e del BRIC mostrano i livelli di accordo più alti. In Italia, anche in questo caso, la percentuale di chi ritiene necessario il divieto della plastica monouso è più alta della media internazionale, con l’83% dei cittadini d’accordo. In media, a livello internazionale, l’85% delle persone ritiene che i produttori e i rivenditori dovrebbero essere responsabili di ridurre, riutilizzare e riciclare i packaging di plastica. L’area dell’America Latina mostra i più alti livelli di accordo seguito dall’Europa. In Italia, l’89% degli intervistati afferma che produttori e rivenditori abbiano una certa responsabilità nella riduzione, riutilizzazione e riciclaggio della plastica.

post

Bonus revisione auto 2022: come richiederlo?

È online la piattaforma informatica Buono veicoli sicuri per chiedere il rimborso a compensazione dell’aumento delle tariffe per la revisione degli autoveicoli. A un mese dall’attivazione della piattaforma sono 23.645 i rimborsi in corso di erogazione dalla Motorizzazione civile. Rimborsi atti a compensare gli aumenti delle tariffe scattati dal primo novembre 2021 per la revisione di autoveicoli fino a 35 quintali, motoveicoli, ciclomotori e minibus (fino a 15 posti) nelle officine autorizzate.

Lo comunica il ministero delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili, a cui è affidato il compito di gestire le domande per l’accesso al Bonus introdotto dal 1° novembre 2021 dalla Legge di Bilancio dello scorso anno. Il Bonus sarà in vigore per tre anni, dal 2021 fino al 2023, e sarà di importo pari all’incremento della tariffa di revisione scattato da novembre.

Il rimborso è pari a 9,95 euro

Chi presenta domanda potrà quindi ottenere un rimborso pari a 9,95 euro, nei limiti delle risorse a disposizione, e sono già oltre 40.000 le domande presentate in relazione ai costi sostenuti da novembre e fino al 31 dicembre scorso. Secondo i dati del MIT pubblicati il 7 febbraio 2022, a richiedere il rimborso sono state in particolare 40.796 persone fisiche e 122 persone giuridiche.
Un dato al quale si affianca la notizia dell’avvio delle domande anche per le revisioni sostenute nel corso dell’anno in corso.

L’accesso all’agevolazione è consentito per un solo veicolo a motore e per una sola volta, e così come previsto dal decreto attuativo del 24 settembre 2021, il bonus è accessibile previa registrazione sull’apposita piattaforma telematica Buono veicoli sicuri, accessibile tramite il sito del Ministero delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili.

Sono necessarie le credenziali SPID

Accedendo al portale, esclusivamente mediante le credenziali SPID, è possibile inserire il numero di targa e la tipologia del veicolo per il quale si richiede il contributo. Dopo aver indicato i dati richiesti, sarà necessario indicare l’IBAN sul quale si intende ricevere il rimborso. Ai fini del riconoscimento del buono la Legge di Bilancio 2021 ha stanziato un totale di 4 milioni di euro per ciascuno degli anni 2021, 2022 e 2023. Risorse che costituiscono limite di spesa, e che pertanto rappresentano la soglia massima entro la quale il Ministero dei Trasporti potrà garantire l’erogazione del bonus revisioni. Così come evidenziato dal decreto attuativo, il contributo è riconosciuto secondo l’ordine temporale di ricezione delle richieste, e fino a esaurimento delle risorse disponibili.

Il pagamento avviene dopo i controlli effettuati dalla SOGEI

Considerando le risorse a disposizione non si tratterà di un click day, ma dal 1° marzo 2022 parte il contatore delle somme totali spese e di quelle che sarà ancora possibile richiedere per l’anno in corso, riporta informazionefiscale.it. Il pagamento avverrà dopo i controlli effettuati dalla SOGEI, che verificherà la validità e la correttezza dei dati inseriti relativamente al codice fiscale del richiedente, alla targa del veicolo e all’effettuazione della revisione, incrociando le informazioni a disposizione dell’anagrafe tributaria e quelle del Centro elaborazione dati istituito presso la Direzione Generale per la Motorizzazione.

post

Speranza e voglia di cambiamento: per gli italiani il 2022 è così

Speranza e timore sono le parole che le persone maggiormente associano a questo 2022 appena iniziato. In parallelo, si percepisce anche la voglia di cambiamento, di benessere e aumenta la preoccupazione per il climate change. Ecco alcune delle evidenze emerse dalla survey “2022, Coming Soon – Consumer”, appartenente al Rapporto Coop 2021, condotta in collaborazione con Nomisma.  

Le parole dell’anno

Speranza, ripresa, cambiamento: come l’anno scorso, sono queste le prime parole che gli italiani decidono di associare al 2022 (vengono riportate, rispettivamente, dal 32%, il 16% e il 15% delle persone). A queste segue il termine “timore”, citato più del doppio delle volte rispetto al 2021 (si passa dal 3% al 7%): in particolare, è proprio nella Generazione Z (i nati tra il 1997 e il 2012) che si registra la media più alta di coloro che accostano questo stato d’animo al nuovo anno (lo fa il 9% di questo segmento). Allo stesso tempo, è sempre in questa fascia d’età che si trova la percentuale maggiore di chi, pensando al 2022, spera in un cambiamento (il 19%). In relazione a ciò che ci potrebbe aspettare nei mesi futuri, i manager della community coinvolti nella survey hanno sottolineato alcuni fattori che potrebbero frenare la ripresa. Nello specifico, gli esperti hanno individuato possibili ostacoli principalmente nell’instabilità politica (menzionata dal 47%), nei ritardi nell’attuazione del PNRR (46%) e nella crescita dei prezzi (39%), stimata a + 2,9%.

Gli obiettivi da raggiungere

C’è anche tanta voglia di benessere, o comunque di vivere meglio, nella whislist degli italiani. Così,  nell’attesa che la pandemia finisca, gli italiani definiscono nuovi obiettivi su cui concentrarsi in futuro. Questi parlano, soprattutto, del bisogno di cambiamento a partire proprio da se stessi: nei programmi per il 2022, infatti, appaiono ai primi posti il desiderio di prendersi cura della propria persona (citato dal 57%), seguito dalla necessità di cercare un nuovo equilibrio tra lavoro e vita privata (56%) e di rivedere le priorità della vita (55%); inoltre, quasi 1 italiano su 3 (il 29%) programma di cambiare lavoro nel corso del 2022. In generale, “costruire qualcosa di nuovo” rappresenta il motto riferito al post pandemia per il 21% delle persone. 

post

Italia, cresce il numero di brevetti innovativi: +5,3% le invenzioni pubblicate in Europa

Anche in anni difficili come quelli che abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo, l’Italia si conferma un paese di inventori. Che, alla faccia della pandemia, non ha paura di cambiare e scoprire nuove possibilità. A conferma di questo fatto, che fa ben sperare per l’economia italiana e per tutto il sistema Paese, sono i dati elaborati da Unioncamere-Dintec sui brevetti. L’Italia innovativa, quella che fa ricerca e produce brevetti a livello europeo, sta infatti crescendo. Sono 4.465 le domande di brevetto italiane pubblicate dall’European Patent Office (EPO) nel 2020, secondo l’analisi effettuata da Unioncamere–Dintec, il 5,3% in più dell’anno precedente. Dal 2008 le invenzioni italiane protette a livello europeo sono state quasi  52mila e per quasi l’80% si devono a soggetti (imprese, enti di ricerca e persone fisiche) residenti nelle regioni settentrionali. “I dati sui brevetti italiani in Europa – sottolinea il presidente di Unioncamere, Andrea Prete – dimostrano che il nostro Paese ha una capacità di innovazione importante non solo nei settori ad alta intensità di conoscenza ma anche in quelli tipici dell’Italian style”.

I campi in cui maggiormente si esprime la capacità innovativa 

I campi delle “necessità umane” e delle “tecniche industriali e trasporti” assorbono più della metà della capacità innovativa made in Italy. Nel primo rientrano i brevetti relativi ad ambiti diversi di attività: dall’agricoltura all’abbigliamento, passando per il tabacco e lo sport; il secondo ha a che fare, invece, con le tecnologie della manifattura e dell’automotive. Rispetto al 2019, gli incrementi maggiori riguardano soprattutto alcuni settori che rendono l’Italia famosa nel mondo: +53% per le innovazioni riguardanti i prodotti tessili e la carta (passati da 75 a 114) e +10%, appunto, per le “necessità umane” (935 i brevetti pubblicati nel 2019, 1.033 quelli del 2020).

Un brevetto su 5 si riferisce alle KET

Un brevetto su 5 di quelli pubblicati dall’EPO nel 2020 si riferisce alle KET (Key Enabling Technologies), le tecnologie che la Commissione Europea ha definito abilitanti a tutti gli effetti. Tra le 6 categorie delle KET (biotech, fotonica, materiali avanzati, nano e micro–elettronica, nanotecnologie e manifattura avanzata), la manifattura avanzata, quella cioè che si riferisce all’automazione e ai robot, fa ulteriori passi avanti: nel 2020 qui vi sono 53 domande di brevetti in più, per complessive 670 pubblicate. Va bene anche la fotonica, utilizzata per la trasmissione dei dati all’interno delle fibre ottiche, che registra 25 brevetti in più rispetto all’anno precedente, per complessive 74 invenzioni pubblicate dall’EPO nel 2020. A livello geografico, con 1506 brevetti, è la Lombardia la regione più attiva, seguita da Emilia Romagna (con 703 domande di brevetti), Veneto (con 596) e Piemonte (480).